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October 13 Il cammino della mia vita parte seconda Associazione Wikimedia Italia -
Associazione Wikimedia Svizzera - per informazioni: www.wikimedia.ch Storia di Trieste 1 Dalla Preistoria al Medioevo 2 Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale 2.1 Le lingue sotto la dominazione asburgica 3 Il passaggio all'Italia (1918-1943) 4 Occupazione tedesca (1943-45) 5 Occupazione jugoslava (1945-47) 6 L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54) 7 Dal trattato di Osimo alla nuova Europa 8 Voci correlate 9 Note 10 Collegamenti esterni Dalla Preistoria al Medioevo [modifica] Arco romano detto "di Riccardo"La città di Trieste e il proprio retroterra carsico divennero sede stabile dell'uomo già in età neolitica. Il primo popolo di cui si hanno notizie certe è quello degli Istri, di probabile origine illirica, che con la costruzione dei castellieri sviluppò, a cavallo fra il II e il I millennio a.C. un tipo di civiltà relativamente avanzata che successivamente venne influenzata dagli antichi Veneti (a partire dall'VIII secolo a.C. circa) e dai Carni, popolazione celtica quest'ultima, insediatisi attorno alla seconda metà del V secolo a.C. in gran parte dell'attuale Friuli. Nel II secolo a.C. divenne municipio romano con il nome di Tergeste, sviluppandosi e acquisendo una netta fisionomia urbana in epoca augustea. Dopo l'anarchia che paralizzò l'intera regione alla caduta dell'impero d'Occidente, la città, fortemente ridimensionata sia sotto il profilo economico che demografico, divenne, con Giustiniano I, colonia militare bizantina. Tale situazione si protrasse fino al 788, quando passò sotto il controllo dei Franchi, dai cui sovrani i vescovi ebbero l'autorità temporale che esercitarono fino all'affermarsi del libero comune nel corso del XIII secolo. Per approfondire, vedi la voce Dominio vescovile a Trieste 948-1295. Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale [modifica]
Lo stemma di Trieste austro-ungaricaNel XIII secolo Trieste divenne un comune libero, ma le continue guerre e rivalità con Venezia, che ambiva ad assumere una posizione egemonica nell'Adriatico, la spinse a porsi sotto la protezione del Duca d'Austria (1382) conservando però una certa autonomia fino al XVII secolo. Nel 1719 Carlo VI d'Austria dichiarò Trieste porto franco ed il governo dell'Impero Austriaco vi investì enormi capitali. Dopo la morte dell'imperatore (nel 1740) salì al trono la giovane Maria Teresa d'Asburgo che grazie ad una attenta politica economica permise alla città di diventare uno dei principali porti europei. Trieste venne occupata per tre volte dalle truppe di Napoleone, nel 1797, nel 1805 e nel 1809, quando fu annessa alle Province Illiriche; in questi brevi periodi la città perse definitivamente l'antica autonomia con la conseguente sospensione di status di porto franco. Ritornata agli Asburgo nel 1813 la città crebbe, anche grazie all'apertura della ferrovia con Vienna nel 1857, e negli anni sessanta dell'Ottocento fu elevata al rango di capoluogo di Land nella regione del Litorale Adriatico (il Küstenland). Successivamente la città divenne, negli ultimi decenni dell'Ottocento, la terza realtà urbana dell'Impero Austro-Ungarico. Le lingue sotto la dominazione asburgica [modifica] Fino al principio del XIX secolo a Trieste si parlava il tergestino, un dialetto di tipo retoromanzo molto vicino al friulano, che fu gradualmente sostituito da altri idiomi, portati da numerosi immigranti, come l'italiano, il veneto, il tedesco e lo sloveno portato dagli abitanti del Carso e di altre regioni limitrofe già dal XIII secolo. Comunque, grazie al suo stato privilegiato di unico porto commerciale di una certa importanza dell'Austria, Trieste mantenne sempre in primo piano nei secoli i legami culturali e linguistici con l'Italia. Infatti, nonostante la lingua ufficiale della burocrazia fosse il tedesco, l'italiano (o meglio un suo dialetto) era la lingua più parlata dagli abitanti e usata nel consiglio comunale: lo storico Pietro Kandler riporta, nella sua Storia di Trieste, che: Trieste nel 1885 Il Palazzo del governo asburgico, oggi sede della prefettura « A Trieste la nobiltà parla il Tedesco, il popolo l'Italiano, il contado lo Sloveno » Secondo il censimento austriaco del 1910 (dopo una revisione), su un totale di 229.510 abitanti di Trieste, si ebbe la seguente ripartizione: 118.959 (51,8%) parlavano italiano 56.916 (24,8%) parlavano sloveno 11.856 (5,2%) parlavano tedesco 2.403 (1,0%) parlavano croato o serbo 779 (0,3%) parlavano altre lingue 38.597 (16,8%) erano cittadini stranieri a cui non era stato chiesta la lingua madre, tra i quali: 29.639 (12,9%) erano cittadini italiani 3.773 (1,6%) erano cittadini magiari. Il passaggio all'Italia (1918-1943) [modifica] Trieste fu, assieme a Trento, influenzata dall'irredentismo, movimento che puntava alla annessione all'Italia di tutte quelle terre abitate da secoli da popolazioni di cultura italiana (o italica) ma che ancora non facevano parte dell'Italia d'allora (terre "irredente" appunto). Nel novembre 1918 a Trieste sbarcarono le truppe italiane e nel 1920 la città venne annessa all'Italia insieme al resto della Venezia Giulia. L'annessione determinò la perdita di importanza della città stessa che si ritrovò ad essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland (quello occidentale è tutt'ora divenuto parte della provincia di Gorizia). Trieste, come città di confine, ha fatto i conti con i movimenti nazionalistici che erano molto forti nella zona e si accentuarono soprattutto nel periodo fascista. L'obiettivo, come era successo in molti altri stati, era quello di nazionalizzare e centralizzare per cui le minoranze etniche erano sottoposte a misure di assimilazione. Nella città di Trieste si videro delineare atti discriminatori nei confronti delle popolazione non italofona. Il 13 luglio 1920 si verificò un efferato incidente di stampo anti-slavo, famoso nella memoria storica degli sloveni come "il rogo del Narodni dom", la "Casa del popolo" slovena incendiata nel corso di proteste anti-jugoslave, svoltesi a Trieste in seguito all'assassinio di due soldati italiani durante una manifestazione anti-italiana a Spalato in (Dalmazia). Con l'avvento del fascismo la politica snazionalizzatrice si rafforzò: furono sciolte tutte le organizzazioni slave, fu proibito l'uso pubblico di lingue non italiane (anche nelle chiese) e furono italianizzati i cognomi (e in molti casi anche i nomi) di origine slava. Molti intellettuali e liberi professionisti slavi emigrarono da Trieste e trovarono asilo politico nella vicina Jugoslavia. Alla politica snazionalizzatrice del regime, i jugoslavi risposero con atti di resistenza sempre più pressanti; dalla fine degli anni venti in poi si verificarono, ad intermittenza, atti di violenza contro gli esponenti del regime fascista ed in alcuni casi contro membri delle forze dell'ordine da parte di organizzazioni sovversive e irredentiste slovene (Borba e TIGR). Il 6 settembre 1930 furono fucilati, nel campo di Basovizza (slov. Bazovska gmajna), quattro antifascisti sloveni, condannati nello stesso anno dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista come responsabili di numerose azioni violente (alcune con vittime civili e militari) avvenuti a Trieste e dintorni. Nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale, altri quattro combattenti fucilati (membri del TIGR Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič) divennero un simbolo dell'antifascismo sloveno con il nome di "martiri di Basovizza" (slov. bazoviške žrtve). Occupazione tedesca (1943-45) [modifica] Per approfondire, vedi la voce Questione triestina. Dopo l'armistizio di Cassibile, avvenuto il 1943, Trieste ritornò capoluogo del territorio storico, zona d'Operazione del Litorale Adriatico, che comprendeva le province di Trieste, Gorizia e Lubiana con a capo il gauleiter austriaco Friedrich Rainer. Durante l'occupazione nazista di Trieste la Risiera di San Sabba, stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913, venne usato dai Tedeschi come campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e come campo di detenzione di partigiani, detenuti politici ed ebrei. Fu l'unico campo di sterminio in Italia con forno crematorio, messo in funzione il 4 aprile 1944. Nello stesso tempo si intensificò nel entroterra giuliano (in particolar modo nelle zone montuose del Goriziano, ma anche sul Carso triestino e in Istria) il movimento partigiano jugoslavo che operava in modo da destabilizzare il governo nazi-fascista. Al clima di incertezza e repressione si aggiungevano i bombardamenti statunitensi e britannici che diventavano massicci e incessanti devastando la città per un lungo periodo. Il ribaltamento delle vicende belliche provocò la conquista di molte terre da parte dell'esercito jugoslavo comandato da Josip Broz Tito. La politica di nazionalizzazione ora capovolse i ruoli: l'uccisione di diverse migliaia di persone (perlopiù italiani, ma anche sloveni e croati ostili al nuovo regime comunista) erano mirate ad eliminare nemici politici scomodi alla politica jugoslava e a ridurre le resistenze italiane. Così come in molte altre parti dell'Europa centro-orientale, si dovette assistere allo sfollamento e trasferimento delle popolazioni: specialmente dopo la fine della guerra, un grande numero d'italiani dovette abbandonare le terre conquistate dagli jugoslavi (secondo le stime dai 200.000 ai 350.000 furono i coinvolti nel cosiddetto esodo istriano-dalmata). Chi decideva di rimanere non aveva rosee prospettive, soprattutto nei primi anni del Dopoguerra, anche perché diverse migliaia persero la vita nei massacri delle foibe. Molti esuli (30.000-70.000) si stabilirono a Trieste o nei suoi dintorni, però solo dopo il 1954. Tuttavia non bisogna scordarsi che anche molti sloveni, croati, bosniaci e serbi fuggirono dalla Jugoslavia, in quanto non condividevano il comunismo di Tito. Con la fine della Guerra alla Jugoslavia vennero riconosciute la Dalmazia, l'Istria e gran parte della Venezia Giulia, zone abitate da molti italiani, che erano la maggioranza della popolazione soprattutto nelle grandi città e sulle zone costiere-insulari. Su Trieste, invece, si ebbe un lungo periodo di attesa prima che ne fosse definita l'appartenenza. Occupazione jugoslava (1945-47) [modifica] Il 30 aprile 1945 il CLN di Trieste, comandato dal colonnello Antonio Fonda Savio, liberò una buona parte della città dai nazisti ma poche ore dopo Trieste venne occupata dal IX Corpus comandato da Josip Broz Tito. Tra l'1 maggio e 12 giugno vi fu il massimo picco dei massacri delle foibe, sulle quali ancora oggi, a 60 anni di distanza, rimane aperto il dibattito tra gli storici sul numero esatto delle vittime e sul motivo storico della strage. La città di Trieste fu occupata dagli iugoslavi il 1° maggio 1945 alle ore 6 antimeridiane, con l'ingresso delle avanguardie composte da alcune migliaia di partigiani di Tito, affiancati da alcune truppe del IX Corpus e da cinque carri armati. Le truppe iugoslave regolari a ffluirono in seguito e si stanziarono nella città. Iniziarono così i 43 giorni di occupazione iugoslava a Trieste: questa fu vista come liberatrice da gran parte della comunità slovena della città, mentre restò impressa come un periodo di oppressione sanguinaria nella memoria storica della maggioranza italiana. Difatti il 5 maggio si scatenò una sommossa italiana con 5 caduti.[1] Nonostante la maggioranza delle truppe tedesche (che ovviamente non si erano ritirate) fossero state disarmate dai partigiani del CLN triestino durante l'insurrezione del 30 aprile e buona parte della città fosse sotto il controllo del Corpo volontari della libertà (CVL), il 1° maggio in città resistevano ancora alcuni residui reparti di soldati tedeschi. Dei 56 centri di resistenza tedesca efficienti al sorgere del 30 aprile, restavano ancora in possesso del Maggior Generale Linkebach (dal 23 Comandante di tutte le forze tedesche dislocate in Trieste) un esiguo numero di basi munitissime, tra cui la Villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la stazione Centrale e il porto. Agli assalti contro i tedeschi avevano partecipato, con il CLN, le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già organizzata clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari e nelle zone periferiche erano intervenuti pure gruppi di comunisti. Agli scontri violenti che si susseguirono nelle zone centrali, non parteciparono gruppi controllati dal movimento sloveno che, invece, erano attivi nei rioni periferici e in Carso. Portici di Chiozza Il congiungimento tra gli insorti italiani e le avanguardie della IV Armata jugoslava avviene al centro cittadino verso le 9.30. Un reparto avanzato, agli ordini del Tenente Božo Mandac della XIX Divisione d’assalto, appoggiato da carri armati leggeri, si attesta presso i Portici di Chiozza. Dopo uno scambio di formalità tra Ercole Miani e altri rappresentanti del Comitato, l’ufficiale comunica che il suo compito è quello di attaccare i capisaldi tedeschi. In linea di massima, fino alle ore 12.00 del 1° maggio, il comportamento delle truppe jugoslave regolari si mantiene normale. Successivamente, per il sopravvenire di elementi faziosi, si profila un cambiamento radicale della situazione, contrassegnato dall’accanirsi di sentimenti ostili e discussioni tra jugoslavi e CVL. Così si verificano, di fronte alle pretese jugoslave della consegna delle armi da parte dei partigiani italiani, alcuni scontri a fuoco tra jugoslavi e italiani. A Roiano, a Rozzol e in altri punti della città si contano morti e feriti. Verso le prime ore del pomeriggio del 2 maggio, arrivano a Trieste le avanguardie dei reparti corazzati neozelandesi. Con il loro arrivo , gli ultimi presidi tedeschi ancora resistenti in città decidono di sospendere il fuoco e si arrendono agli neozelandesi. In precedenza gli ultimi presidi tedeschi si erano rifiutati di arrendersi alle forze iugoslave e cercato di trascinare a lungo le trattative, in attesa proprio dell’arrivo degli alleati. L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54) [modifica] Per approfondire, vedi le voci Territorio libero di Trieste e Questione triestina. Il 2 maggio 1945 giunsero gli Alleati (neozelandesi e britannici), anche se la città rimase sotto controllo jugoslavo fino al 12 giugno; però alcuni uffici di interesse strategico, come le Poste, furono presidiati dai Neozelandesi. Il comando jugoslavo però impose di portare l'orologio del Municipio avanti di un'ora, così Trieste per 40 giorni fu allineata all'ora di Belgrado. Al quinto giorno di occupazione jugoslava, cinque persone furono uccise dalle truppe titoiste, che aprirono il fuoco su una dimostrazione di piazza in favore del ritorno di Trieste all'Italia. La situazione che si era venuta a creare non soddisfaceva gli anglo-americani ed il generale Harold Alexander, su indicazione di Winston Churchill, riuscì dopo la firma dell'accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 sui nuovi confini, la linea Morgan, ad ottenere il 12 giugno la smobilitazione dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia ed il passaggio della città ad un "Governo militare alleato". Il periodo di governo jugoslavo aveva già procurato migliaia di infoibati. Dopo l'uscita da Trieste delle truppe jugoslave, fu provvisoriamente istituita la British Unites States Zone - Free Territory of Triest (BUSZ-FTT) - Territorio libero di Trieste, Zona Anglo - Americana. Il territorio triestino, conteso dagli occupanti, entrò a far parte nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, dell'Allied Military Government - Free Territory of Triest (AMG-FTT), Territorio libero di Trieste- Governo Militare alleato e furono stabilite due zone d'occupazione: la Zona A, sopra citata, occupata dagli alleati e la Zona B nella quale rimasero gli iugoslavi. Secondo l'ONU doveva sorgere un Territorio Libero di Trieste, comprendente sia la Zona A, sia la Zona B, con un seggio all'ONU. Tuttavia nessuno aveva interesse a istituire tale territorio. Gli Italiani della Zona A, da una parte, volevano ricongiungersi all'Italia. La Jugoslavia, dall'altra, non aveva alcun interesse ad abbandonare la Zona B, soprattutto perché Capodistria poteva diventare il porto della Slovenia, come in effetti divenne. Nella Zona B le case lasciate libere dagli esuli, furono assegnate a popolazioni jugoslave fatte immigrare in Istria. A Trieste ci furono diverse manifestazioni degli studenti per il ritorno di Trieste all'Italia. Le manifestazioni che ebbero però esiti più terribili furono quelle del 5 e 6 novembre 1953. Il 4 novembre si celebra ogni anno la Festa della vittoria della Prima Guerra Mondiale e si va ufficialmente a rendere omaggio ai caduti nel Sacrario di Redipuglia (GO). Molti Triestini quel giorno del 1953 valicarono il posto di blocco di Duino ed entrarono in territorio italiano per recarsi a Redipuglia. Al rientro, alla sera, cominciarono le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di Trieste, fece issare sulla torre del Municipio il Tricolore italiano al posto della bandiera rosso-alabardata di Trieste. Un ufficiale inglese vide tutto dall'antistante Palazzo della Prefettura, sede del Governo Militare Alleato e si recò immediatamente dal sindaco, ordinandogli di ammainare subito il Tricolore. Il sindaco si rifiutò di farlo; allora l'ufficiale ordinò ai militari inglesi di effettuare l'operazione. La notizia si sparse rapidamente in tutta Trieste. Gli studenti di tutte le scuole formarono cortei di protesta e molti si recarono in Via XXX Ottobre, accanto alla Chiesa di S. Antonio Taumaturgo, dove c'era la Questura comandata da ufficiali inglesi. La Polizia Civile, agli ordini di tali ufficiali, cominciò con violenza a far sfollare i giovani. Così alcuni ripararono in chiesa, ma furono inseguiti dai poliziotti e bastonati a sangue. La chiesa così era stata violata e doveva essere subito riconsacrata. Il vescovo Mons. Antonio Santin volle procedere in giornata, nel primo pomeriggio. Una marea indescrivibile di gente e di giovani si recarono presso la chiesa. Però dalla Questura inglese cominciarono a partire colpi di fucile e fu ucciso Pietro Addobati. Ciò avveniva il 5 novembre 1953. Il giorno successivo ci fu lo sciopero generale e i Triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare contro il Governo Militare Alleato. Improvvisamente dal balcone del Palazzo del Governo furono sparati ad altezza d'uomo molti colpi di fucile. Sotto quei colpi micidiali perirono altri cinque Triestini: Emilio Bassa, Leonardo (Nardino) Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia, Antonio Zavadil. Fu la rivolta e la situazione divenne incontrollabile. Poco dopo entrarono d'urgenza in Piazza Unità reparti delle truppe americane, che, dopo aver fatto rientrare la polizia civile e gli inglesi, cercarono di pacificare la folla . Furono ascoltati, anche perché gli Americani non si erano sporcati le mani con quei massacri proditori. Tutte le autorità cittadine insorsero contro quel barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al Governo Militare Alleato di consegnare in caserma la truppa inglese e la polizia civile, soprattutto il giorno del funerale delle vittime. Il servizio d'ordine fu adempiuto soprattutto dai lavoratori portuali. Cominciarono presto le riunioni ad alto livello per risolvere la questione che ormai era sfociata nel sangue. Però la Jugoslavia non stava a guardare passivamente. Tito fece un discorso provocatorio a Pola (Istria) in cui disse: "Il nostro vogliamo, l'altrui non chiediamo". Quella frase rimise le cose in questione, perché si trattava di determinare che cosa Tito intendeva per "nostro" e per "altrui". La questione si risolse perché le potenze alleate erano stanche di questa situazione. E siccome dopo la rottura con Mosca, la Jugoslavia dipendeva dall'Occidente, tutto si concluse con poche rettifiche di confine. Così il 5 ottobre 1954 il problema venne definito, spartendo il Territorio Libero di Trieste secondo le due zone già assegnate (con la Jugoslavia che riuscì a modificare leggermente la linea di spartizione tra le due zone a suo vantaggio, annettendo alcuni villaggi del comune di Muggia ed arrivando così sino ai monti che sovrastano la periferie meridionali della città.) In tal modo Trieste dovette rinunciare a una provincia sufficientemente estesa quindi si ritrovò stretta in un lembo di terra che ne ridusse le potenzialità economiche. Fu deciso il mantenimento di un porto franco a Trieste e fu imposta la tutela delle minoranze etniche residenti nelle due zone. La polemica storica e politica fu rivolta in particolare contro il Partito Comunista Italiano che, secondo vari storici, ebbe un atteggiamento servile verso Josip Broz Tito e Stalin.[2] Il passaggio dei poteri dall'amministrazione alleata a quella italiana avvenne il 26 ottobre 1954 e fu celebrato il 4 novembre 1954 con la visita a Trieste del presidente della repubblica italiana Luigi Einaudi: in quell'occasione Trieste fu decorata della medaglia d'oro al valor militare. Nella motivazione di tale medaglia si dichiara: Trieste sottoposta a durissima oppressione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe.[3] Per approfondire, vedi la voce Memorandum di Londra (1954). Dal trattato di Osimo alla nuova Europa [modifica] Il 10 novembre 1975 fu firmato il trattato di Osimo da delegati italiani e iugoslavi per accordarsi definitivamente riguardo il confine nonché per garantire la tutela delle minoranze etniche da parte dei rispettivi governi. Tale trattato, che prevedeva una zona industriale a cavallo del confine, venne visto in modo negativo da molti triestini, provocando una profonda crisi del sistema politico triestino e alla fondazione della Lista per Trieste, la lista civica che divenne la prima forza politica alle elezioni amministrative del 1978. Nel 2004 con l'ingresso della Repubblica di Slovenia nell'Unione Europea è iniziata la fine dell'isolamento della città che verrà definitivamente meno nel 2008 con la caduta del confine grazie all'ingresso della Slovenia nell'accordo di Schengen. In tal modo Trieste riacquista un suo hinterland e vede le prospettive di una maggiore crescita economica. ![]() Lo Stemma di Trieste Lo Stemma di Trieste Lo Stemma della Araldico
Austro-Ungarico Provivincia di Trieste
![]() Il Castello di Miramare
Residenza della Principessa Sissi e dell'Imperatore
Massimiliano d 'Asburgo
Piazza dell'Unità d 'Italia Da WikipediaLa Piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi ed edifici pubblici. Di pianta rettangolare, per superficie è la più grande piazza d'Europa Che si affaccia sul mare Barcola e la costiera triestina Il Panorama La bora Da Wikipedia La Bora è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, di provenienza nord / nord-orientale, con Raffiche Che Superano i 180 all'ora Chilometri S. Giusto (Trieste)Da WikipediaUna grande basilica civile romana Il Che lascia presumere Che sulla riva del mare
sottostante esistesse già allora un abitato abbastanza grande.
S. Giusto e 'il Santo Patrono della Città di Trieste
Chiese e monumenti vari La Chiesa Greco Ortodossa Interno della Chiesa canale di Ponterosso con trieste il Trieste Il tram Greco ortodossa La statua di James Joyce Ferdinandeo di Opicina La Chiesa di S. Antonio Taumaturgo Canale di PonterossoCon Interno della Chiesa Monumento ai Il Teatro La Veduta di S. Antonio di S. Antonio bersaglieri Romano La Chiesa Serbo Ortodossa di S. Spiridione La Chiesa Luterana La Chiesa Luterana La Sinagoga
Il Carso Triestino
Trieste. Autobus e filobus storici Queste foto storiche e molto rare mi Sono state donate gentilmente da un mio grande amico Maurizio Garappa
Questo sono io oggi (e con barba e Capelli incolti)
Cari amici, il mio cammino Attualmente si è fermato a Trieste. Dove terminerà? Non lo so! Il futuro riserva molte sorprese belle e brutte.
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