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    October 13

    Il cammino della mia vita parte seconda

     Associazione Wikimedia Italia -
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    Storia di Trieste

    1 Dalla Preistoria al Medioevo
    2 Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale
    2.1 Le lingue sotto la dominazione asburgica
    3 Il passaggio all'Italia (1918-1943)
    4 Occupazione tedesca (1943-45)
    5 Occupazione jugoslava (1945-47)
    6 L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54)
    7 Dal trattato di Osimo alla nuova Europa
    8 Voci correlate
    9 Note
    10 Collegamenti esterni
    Dalla Preistoria al Medioevo  [modifica]
    Arco romano detto "di Riccardo"La città di Trieste e il proprio
    retroterra carsico divennero sede stabile dell'uomo già in età neolitica.
    Il primo popolo di cui si hanno notizie certe è quello degli Istri, di
    probabile origine illirica, che con la costruzione dei castellieri sviluppò,
    a cavallo fra il II e il I millennio a.C. un tipo di civiltà relativamente
    avanzata che successivamente venne influenzata dagli antichi Veneti (a partire
    dall'VIII secolo a.C. circa) e dai Carni, popolazione celtica quest'ultima,
    insediatisi attorno alla seconda metà del V secolo a.C. in gran parte
    dell'attuale Friuli.
    Nel II secolo a.C. divenne municipio romano con il nome di Tergeste,
    sviluppandosi e acquisendo una netta fisionomia urbana in epoca augustea.
    Dopo l'anarchia che paralizzò l'intera regione alla caduta dell'impero
    d'Occidente, la città, fortemente ridimensionata sia sotto il profilo
    economico che demografico, divenne, con Giustiniano I, colonia militare
    bizantina. Tale situazione si protrasse fino al 788, quando passò sotto il
    controllo dei Franchi, dai cui sovrani i vescovi ebbero l'autorità temporale
    che esercitarono fino all'affermarsi del libero comune nel corso
    del XIII secolo.
    Per approfondire, vedi la voce Dominio vescovile a Trieste 948-1295.
    Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale  [modifica]
    Lo stemma di Trieste austro-ungaricaNel XIII secolo Trieste divenne un
    comune libero, ma le continue guerre e rivalità con Venezia, che ambiva
    ad assumere una posizione egemonica nell'Adriatico, la spinse a porsi
    sotto la protezione del Duca d'Austria (1382) conservando però una certa
    autonomia fino al XVII secolo.
    Nel 1719 Carlo VI d'Austria dichiarò Trieste porto franco ed il governo
    dell'Impero Austriaco vi investì enormi capitali. Dopo la morte dell'imperatore
    (nel 1740) salì al trono la giovane Maria Teresa d'Asburgo che grazie ad una
    attenta politica economica permise alla città di diventare uno dei principali
    porti europei.
    Trieste venne occupata per tre volte dalle truppe di Napoleone, nel 1797,
    nel 1805 e nel 1809, quando fu annessa alle Province Illiriche; in questi brevi
    periodi la città perse definitivamente l'antica autonomia con la conseguente
    sospensione di status di porto franco.
    Ritornata agli Asburgo nel 1813 la città crebbe, anche grazie all'apertura
    della ferrovia con Vienna nel 1857, e negli anni sessanta dell'Ottocento fu
    elevata al rango di capoluogo di Land nella regione del Litorale Adriatico
    (il Küstenland). Successivamente la città divenne, negli ultimi decenni
    dell'Ottocento, la terza realtà urbana dell'Impero Austro-Ungarico.
    Le lingue sotto la dominazione asburgica  [modifica]
    Fino al principio del XIX secolo a Trieste si parlava il tergestino,
    un dialetto di tipo retoromanzo molto vicino al friulano, che fu gradualmente
    sostituito da altri idiomi, portati da numerosi immigranti, come l'italiano,
    il veneto, il tedesco e lo sloveno portato dagli abitanti del Carso e di altre
    regioni limitrofe già dal XIII secolo.
    Comunque, grazie al suo stato privilegiato di unico porto commerciale di una
    certa importanza dell'Austria, Trieste mantenne sempre in primo piano nei
    secoli i legami culturali e linguistici con l'Italia. Infatti, nonostante la
    lingua ufficiale della burocrazia fosse il tedesco, l'italiano (o meglio un
    suo dialetto) era la lingua più parlata dagli abitanti e usata nel consiglio
    comunale: lo storico Pietro Kandler riporta, nella sua Storia di Trieste, che:
    Trieste nel 1885 Il Palazzo del governo asburgico, oggi sede della prefettura
    « A Trieste la nobiltà parla il Tedesco, il popolo l'Italiano, il contado
    lo Sloveno »
    Secondo il censimento austriaco del 1910 (dopo una revisione), su un totale
    di 229.510 abitanti di Trieste, si ebbe la seguente ripartizione:
    118.959 (51,8%) parlavano italiano
    56.916 (24,8%) parlavano sloveno
    11.856 (5,2%) parlavano tedesco
    2.403 (1,0%) parlavano croato o serbo
    779 (0,3%) parlavano altre lingue
    38.597 (16,8%) erano cittadini stranieri a cui non era stato chiesta la
    lingua madre, tra i quali:
    29.639 (12,9%) erano cittadini italiani
    3.773 (1,6%) erano cittadini magiari.
    Il passaggio all'Italia (1918-1943)  [modifica]
    Trieste fu, assieme a Trento, influenzata dall'irredentismo, movimento che
    puntava alla annessione all'Italia di tutte quelle terre abitate da secoli
    da popolazioni di cultura italiana (o italica) ma che ancora non facevano
    parte dell'Italia d'allora (terre "irredente" appunto).
    Nel novembre 1918 a Trieste sbarcarono le truppe italiane e nel 1920 la
    città venne annessa all'Italia insieme al resto della Venezia Giulia.
    L'annessione determinò la perdita di importanza della città stessa che
    si ritrovò ad essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland
    (quello occidentale è tutt'ora divenuto parte della provincia di Gorizia).
    Trieste, come città di confine, ha fatto i conti con i movimenti
    nazionalistici che erano molto forti nella zona e si accentuarono
    soprattutto nel periodo fascista. L'obiettivo, come era successo in molti
    altri stati, era quello di nazionalizzare e centralizzare per cui le
    minoranze etniche erano sottoposte a misure di assimilazione. Nella città
    di Trieste si videro delineare atti discriminatori nei confronti delle
    popolazione non italofona.
    Il 13 luglio 1920 si verificò un efferato incidente di stampo anti-slavo,
    famoso nella memoria storica degli sloveni come "il rogo del Narodni dom",
    la "Casa del popolo" slovena incendiata nel corso di proteste anti-jugoslave,
    svoltesi a Trieste in seguito all'assassinio di due soldati italiani
    durante una manifestazione anti-italiana a Spalato in (Dalmazia).
    Con l'avvento del fascismo la politica snazionalizzatrice si rafforzò:
    furono sciolte tutte le organizzazioni slave, fu proibito l'uso pubblico
    di lingue non italiane (anche nelle chiese) e furono italianizzati i
    cognomi (e in molti casi anche i nomi) di origine slava. Molti
    intellettuali e liberi professionisti slavi emigrarono da Trieste e
    trovarono asilo politico nella vicina Jugoslavia. Alla politica
    snazionalizzatrice del regime, i jugoslavi risposero con atti di
    resistenza sempre più pressanti; dalla fine degli anni venti in poi si
    verificarono, ad intermittenza, atti di violenza contro gli esponenti del
    regime fascista ed in alcuni casi contro membri delle forze dell'ordine
    da parte di organizzazioni sovversive e irredentiste slovene (Borba e TIGR).
    Il 6 settembre 1930 furono fucilati, nel campo di Basovizza (slov.
    Bazovska gmajna), quattro antifascisti sloveni, condannati nello stesso
    anno dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista come
    responsabili di numerose azioni violente (alcune con vittime civili e
    militari) avvenuti a Trieste e dintorni. Nel decennio che precedette la
    seconda guerra mondiale, altri quattro combattenti fucilati (membri del
    TIGR Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič)
    divennero un simbolo dell'antifascismo sloveno con il nome di "martiri
    di Basovizza" (slov. bazoviške žrtve).
    Occupazione tedesca (1943-45)  [modifica]
    Per approfondire, vedi la voce Questione triestina.
    Dopo l'armistizio di Cassibile, avvenuto il 1943, Trieste ritornò
    capoluogo del territorio storico, zona d'Operazione del Litorale Adriatico,
    che comprendeva le province di Trieste, Gorizia e Lubiana con a capo il
    gauleiter austriaco Friedrich Rainer.
    Durante l'occupazione nazista di Trieste la Risiera di San Sabba,
    stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913, venne usato
    dai Tedeschi come campo di prigionia e di smistamento per i deportati
    in Germania e Polonia e come campo di detenzione di partigiani, detenuti
    politici ed ebrei. Fu l'unico campo di sterminio in Italia con forno
    crematorio, messo in funzione il 4 aprile 1944. Nello stesso tempo si
    intensificò nel entroterra giuliano (in particolar modo nelle zone montuose
    del Goriziano, ma anche sul Carso triestino e in Istria) il movimento
    partigiano jugoslavo che operava in modo da destabilizzare il governo
    nazi-fascista. Al clima di incertezza e repressione si aggiungevano i
    bombardamenti statunitensi e britannici che diventavano massicci e
    incessanti devastando la città per un lungo periodo.
    Il ribaltamento delle vicende belliche provocò la conquista di molte
    terre da parte dell'esercito jugoslavo comandato da Josip Broz Tito.
    La politica di nazionalizzazione ora capovolse i ruoli: l'uccisione di
    diverse migliaia di persone (perlopiù italiani, ma anche sloveni e
    croati ostili al nuovo regime comunista) erano mirate
    ad eliminare nemici politici scomodi alla politica jugoslava e a
    ridurre le resistenze italiane.
    Così come in molte altre parti dell'Europa centro-orientale,
    si dovette assistere allo sfollamento e trasferimento delle popolazioni:
    specialmente dopo la fine della guerra, un grande numero d'italiani
    dovette abbandonare le terre conquistate dagli jugoslavi (secondo le
    stime dai 200.000 ai 350.000 furono i coinvolti nel cosiddetto esodo
    istriano-dalmata). Chi decideva di rimanere non aveva rosee prospettive,
    soprattutto nei primi anni del Dopoguerra, anche perché diverse
    migliaia persero la vita nei massacri delle foibe. Molti esuli
    (30.000-70.000) si stabilirono a Trieste o nei suoi dintorni, però
    solo dopo il 1954. Tuttavia non bisogna scordarsi che anche molti
    sloveni, croati, bosniaci e serbi fuggirono dalla Jugoslavia,
    in quanto non condividevano il comunismo di Tito.
    Con la fine della Guerra alla Jugoslavia vennero riconosciute la
    Dalmazia, l'Istria e gran parte della Venezia Giulia, zone abitate
    da molti italiani, che erano la maggioranza della popolazione
    soprattutto nelle grandi città e sulle zone costiere-insulari.
    Su Trieste, invece, si ebbe un lungo periodo di attesa prima
    che ne fosse definita l'appartenenza.
    Occupazione jugoslava (1945-47)  [modifica]
    Il 30 aprile 1945 il CLN di Trieste, comandato dal colonnello Antonio
    Fonda Savio, liberò una buona parte della città dai nazisti ma poche ore
    dopo Trieste venne occupata dal IX Corpus comandato da Josip Broz Tito.
    Tra l'1 maggio e 12 giugno vi fu il massimo picco dei massacri delle
    foibe, sulle quali ancora oggi, a 60 anni di distanza, rimane aperto
    il dibattito tra gli storici sul numero esatto delle vittime e sul
    motivo storico della strage.
    La città di Trieste fu occupata dagli iugoslavi il 1° maggio 1945 alle
    ore 6 antimeridiane, con l'ingresso delle avanguardie composte da alcune
    migliaia di partigiani di Tito, affiancati da alcune truppe del
    IX Corpus e da cinque carri armati. Le truppe iugoslave regolari a
    ffluirono in seguito e si stanziarono nella città. Iniziarono così
    i 43 giorni di occupazione iugoslava a Trieste: questa fu vista come
    liberatrice da gran parte della comunità slovena della città, mentre
    restò impressa come un periodo di oppressione sanguinaria nella memoria
    storica della maggioranza italiana. Difatti il 5 maggio si scatenò
    una sommossa italiana con 5 caduti.[1]
    Nonostante la maggioranza delle truppe tedesche (che ovviamente non si
    erano ritirate) fossero state disarmate dai partigiani del CLN
    triestino durante l'insurrezione del 30 aprile e buona parte della
    città fosse sotto il controllo del Corpo volontari della libertà (CVL),
    il 1° maggio in città resistevano ancora alcuni residui reparti di
    soldati tedeschi. Dei 56 centri di resistenza tedesca efficienti al
    sorgere del 30 aprile, restavano ancora in possesso del Maggior
    Generale Linkebach (dal 23 Comandante di tutte le forze tedesche
    dislocate in Trieste) un esiguo numero di basi munitissime, tra cui
    la Villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di
    San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la stazione Centrale e il porto.
    Agli assalti contro i tedeschi avevano partecipato, con il CLN,
    le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già
    organizzata clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari
    e nelle zone periferiche erano intervenuti pure gruppi di comunisti.
    Agli scontri violenti che si susseguirono nelle zone centrali,
    non parteciparono gruppi controllati dal movimento sloveno che,
    invece, erano attivi nei rioni periferici e in Carso.
    Portici di Chiozza Il congiungimento tra gli insorti italiani e le
    avanguardie della IV Armata jugoslava avviene al centro cittadino verso
    le 9.30. Un reparto avanzato, agli ordini del Tenente Božo Mandac
    della XIX Divisione d’assalto, appoggiato da carri armati leggeri,
    si attesta presso i Portici di Chiozza. Dopo uno scambio di formalità
    tra Ercole Miani e altri rappresentanti del Comitato, l’ufficiale
    comunica che il suo compito è quello di attaccare i capisaldi tedeschi.
    In linea di massima, fino alle ore 12.00 del 1° maggio,
    il comportamento delle truppe jugoslave regolari si mantiene
    normale. Successivamente, per il sopravvenire di elementi faziosi,
    si profila un cambiamento radicale della situazione, contrassegnato
    dall’accanirsi di sentimenti ostili e discussioni tra jugoslavi e CVL.
    Così si verificano, di fronte alle pretese jugoslave della consegna
    delle armi da parte dei partigiani italiani, alcuni scontri a fuoco
    tra jugoslavi e italiani. A Roiano, a Rozzol e in altri punti della
    città si contano
    morti e feriti. Verso le prime ore del pomeriggio del 2 maggio,
    arrivano a Trieste le avanguardie dei reparti corazzati neozelandesi.
    Con il loro arrivo , gli ultimi presidi tedeschi ancora resistenti in
    città decidono di sospendere il fuoco e si arrendono agli neozelandesi.
    In precedenza gli ultimi presidi tedeschi si erano rifiutati di
    arrendersi alle forze iugoslave e cercato di trascinare a lungo
    le trattative, in attesa proprio dell’arrivo degli alleati.
    L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54) 
    [modifica]
    Per approfondire, vedi le voci Territorio libero di Trieste
    e Questione triestina.
    Il 2 maggio 1945 giunsero gli Alleati (neozelandesi e britannici),
    anche se la città rimase sotto controllo jugoslavo fino al 12 giugno;
    però alcuni uffici di interesse strategico, come le Poste, furono
    presidiati dai Neozelandesi. Il comando jugoslavo però impose di
    portare l'orologio del Municipio avanti di un'ora, così Trieste
    per 40 giorni fu allineata all'ora di Belgrado.
    Al quinto giorno di occupazione jugoslava, cinque persone furono
    uccise dalle truppe titoiste, che aprirono il fuoco su una
    dimostrazione di piazza in favore del ritorno di Trieste all'Italia.
    La situazione che si era venuta a creare non soddisfaceva gli
    anglo-americani ed il generale Harold Alexander, su indicazione
    di Winston Churchill, riuscì dopo la firma dell'accordo di
    Belgrado del 9 giugno 1945 sui nuovi confini, la linea Morgan,
    ad ottenere il 12 giugno la smobilitazione dell'Armata Popolare
    di Liberazione della Jugoslavia ed il passaggio della città ad un
    "Governo militare alleato". Il periodo di governo jugoslavo
    aveva già procurato migliaia di infoibati.
    Dopo l'uscita da Trieste delle truppe jugoslave, fu provvisoriamente
    istituita la British Unites States Zone - Free Territory of Triest
    (BUSZ-FTT) - Territorio libero di Trieste, Zona Anglo - Americana.
    Il territorio triestino, conteso dagli occupanti, entrò a far parte
    nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, dell'Allied Military Government -
    Free Territory of Triest (AMG-FTT), Territorio libero di Trieste-
    Governo Militare alleato e furono stabilite due zone
    d'occupazione: la Zona A, sopra citata, occupata dagli alleati
    e la Zona B nella quale rimasero gli iugoslavi.
    Secondo l'ONU doveva sorgere un Territorio Libero di Trieste,
    comprendente sia la Zona A, sia la Zona B, con un seggio all'ONU.
    Tuttavia nessuno aveva interesse a istituire tale territorio.
    Gli Italiani della Zona A, da una parte, volevano ricongiungersi
    all'Italia. La Jugoslavia, dall'altra, non aveva alcun interesse
    ad abbandonare la Zona B, soprattutto perché Capodistria poteva
    diventare il porto della Slovenia, come in effetti divenne. Nella
    Zona B le case lasciate libere dagli esuli, furono assegnate
    a popolazioni jugoslave fatte immigrare in Istria.
    A Trieste ci furono diverse manifestazioni degli studenti per il
    ritorno di Trieste all'Italia. Le manifestazioni che ebbero però
    esiti più terribili furono quelle del 5 e 6 novembre 1953. Il 4
    novembre si celebra ogni anno la Festa della vittoria della Prima
    Guerra Mondiale e si va ufficialmente a rendere omaggio ai caduti nel
    Sacrario di Redipuglia (GO). Molti Triestini quel giorno del 1953
    valicarono il posto di blocco di Duino ed entrarono in territorio
    italiano per recarsi a Redipuglia. Al rientro, alla sera, cominciarono
    le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di
    Trieste, fece issare sulla torre del Municipio il Tricolore italiano
    al posto della bandiera rosso-alabardata di Trieste. Un ufficiale
    inglese vide tutto dall'antistante Palazzo della Prefettura, sede del
    Governo Militare Alleato e si recò immediatamente dal sindaco,
    ordinandogli di ammainare subito il Tricolore. Il sindaco si rifiutò
    di farlo; allora l'ufficiale ordinò ai militari inglesi di effettuare
    l'operazione. La notizia si sparse rapidamente in tutta Trieste.
    Gli studenti di tutte le scuole formarono cortei di protesta e molti
    si recarono in Via XXX Ottobre, accanto alla Chiesa di S. Antonio
    Taumaturgo, dove c'era la Questura comandata da ufficiali inglesi.
    La Polizia Civile, agli ordini di tali ufficiali, cominciò con
    violenza a far sfollare i giovani. Così alcuni ripararono in chiesa,
    ma furono inseguiti dai poliziotti e bastonati a sangue. La chiesa
    così era stata violata e doveva essere subito riconsacrata.
    Il vescovo Mons. Antonio Santin volle procedere in giornata,
    nel primo pomeriggio. Una marea indescrivibile di gente e di giovani
    si recarono presso la chiesa. Però dalla Questura inglese cominciarono
    a partire colpi di fucile e fu ucciso Pietro Addobati. Ciò avveniva
    il 5 novembre 1953. Il giorno successivo ci fu lo sciopero generale
    e i Triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare
    contro il Governo Militare Alleato. Improvvisamente dal balcone del
    Palazzo del Governo furono sparati ad altezza d'uomo molti colpi
    di fucile. Sotto quei colpi micidiali perirono altri cinque
    Triestini: Emilio Bassa, Leonardo (Nardino) Manzi, Saverio Montano,
    Francesco Paglia, Antonio Zavadil. Fu la rivolta e la situazione
    divenne incontrollabile. Poco dopo entrarono d'urgenza in Piazza Unità
    reparti delle truppe americane, che, dopo aver fatto rientrare la
    polizia civile e gli inglesi, cercarono di pacificare la folla .
    Furono ascoltati, anche perché gli Americani non si erano sporcati
    le mani con quei massacri proditori. Tutte le autorità cittadine
    insorsero contro quel barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al
    Governo Militare Alleato di consegnare in caserma la truppa inglese e
    la polizia civile, soprattutto il giorno del funerale delle vittime.
    Il servizio d'ordine fu adempiuto soprattutto dai lavoratori portuali.
    Cominciarono presto le riunioni ad alto livello per risolvere la
    questione che ormai era sfociata nel sangue. Però la Jugoslavia non
    stava a guardare passivamente. Tito fece un discorso provocatorio a
    Pola (Istria) in cui disse: "Il nostro vogliamo, l'altrui non
    chiediamo". Quella frase rimise le cose in questione, perché si
    trattava di determinare che cosa Tito intendeva per "nostro" e per
    "altrui". La questione si risolse perché le potenze alleate erano
    stanche di questa situazione. E siccome dopo la rottura con Mosca,
    la Jugoslavia dipendeva dall'Occidente, tutto si concluse con poche
    rettifiche di confine.
    Così il 5 ottobre 1954 il problema venne definito, spartendo il
    Territorio Libero di Trieste secondo le due zone già assegnate (con
    la Jugoslavia che riuscì a modificare leggermente la linea di
    spartizione tra le due zone a suo vantaggio, annettendo alcuni
    villaggi del comune di Muggia ed arrivando così sino ai monti che
    sovrastano la periferie meridionali della città.)
    In tal modo Trieste dovette rinunciare a una provincia sufficientemente
    estesa quindi si ritrovò stretta in un lembo di terra che ne ridusse
    le potenzialità economiche. Fu deciso il mantenimento di un porto
    franco a Trieste e fu imposta la tutela delle minoranze etniche
    residenti nelle due zone. La polemica storica e politica fu rivolta
    in particolare contro il Partito Comunista Italiano che, secondo vari
    storici, ebbe un atteggiamento servile verso Josip Broz Tito e Stalin.[2]
    Il passaggio dei poteri dall'amministrazione alleata a quella italiana
    avvenne il 26 ottobre 1954 e fu celebrato il 4 novembre 1954 con la
    visita a Trieste del presidente della repubblica italiana Luigi Einaudi:
    in quell'occasione Trieste fu decorata della medaglia d'oro al valor
    militare. Nella motivazione di tale medaglia si dichiara: Trieste
    sottoposta a durissima oppressione straniera, subiva con fierezza
    il martirio delle stragi e delle foibe.[3]
    Per approfondire, vedi la voce Memorandum di Londra (1954).
    Dal trattato di Osimo alla nuova Europa  [modifica]
    Il 10 novembre 1975 fu firmato il trattato di Osimo da delegati italiani
    e iugoslavi per accordarsi definitivamente riguardo il confine
    nonché per garantire la tutela delle minoranze etniche da parte dei
    rispettivi governi. Tale trattato, che prevedeva una zona industriale a
    cavallo del confine, venne visto in modo negativo da molti triestini,
    provocando una profonda crisi del sistema politico triestino e alla
    fondazione della Lista per Trieste, la lista civica che divenne la
    prima forza politica alle elezioni amministrative del 1978.
    Nel 2004 con l'ingresso della Repubblica di Slovenia nell'Unione Europea
    è iniziata la fine dell'isolamento della città che verrà definitivamente
    meno nel 2008 con la caduta del confine grazie all'ingresso della
    Slovenia nell'accordo di Schengen. In tal modo Trieste riacquista un
    suo hinterland e vede le prospettive di una maggiore crescita economica.
     
     
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          Lo Stemma di Trieste        Lo Stemma di Trieste   Lo Stemma della Araldico
                                                                      Austro-Ungarico            Provivincia di Trieste
     
      
    Il Castello di Miramare
    Residenza della Principessa Sissi e dell'Imperatore
    Massimiliano d 'Asburgo
     
      

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    Piazza dell'Unità d 'Italia

    Da Wikipedia

    La Piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi

    ed edifici pubblici. Di pianta rettangolare, per superficie è la più grande piazza

    d'Europa Che si affaccia sul mare

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    Barcola e la costiera triestina

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    Il Panorama

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    La bora

    Da Wikipedia

    La Bora è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica,

    di provenienza nord / nord-orientale, con Raffiche Che Superano i 180 all'ora Chilometri

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     S. Giusto (Trieste)

    Da Wikipedia

    Il Colle di San Giusto è il Centro Storico di Trieste. Già nel Primo secolo vi si trovava
    Una grande basilica civile romana Il Che lascia presumere Che sulla riva del mare
    sottostante esistesse già allora un abitato abbastanza grande.
    S. Giusto e 'il Santo Patrono della Città di Trieste
     

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    Chiese e monumenti vari

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    La Chiesa Greco Ortodossa

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      Interno della Chiesa     canale di Ponterosso con              trieste  il                      Trieste Il tram

           Greco ortodossa          La statua di James Joyce            Ferdinandeo                     di Opicina

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    La Chiesa di S. Antonio Taumaturgo

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    Canale di PonterossoCon   Interno della Chiesa           Monumento ai                        Il Teatro

    La Veduta di S. Antonio            di S. Antonio                        bersaglieri                            Romano

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    La Chiesa Serbo Ortodossa di S. Spiridione

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                      La Chiesa Luterana                     La Chiesa Luterana                         La Sinagoga

     

    Il Carso Triestino

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    Trieste. Autobus e filobus storici

    Queste foto storiche e molto rare mi Sono state donate

    gentilmente da un mio grande amico

    Maurizio Garappa

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    Questo sono io oggi (e con barba e

    Capelli incolti)

    Cari amici, il mio cammino Attualmente si è fermato

    a Trieste. Dove terminerà? Non lo so! Il futuro

    riserva molte sorprese belle e brutte.

     

    Comments (2)

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    Mauriziowrote:
    Sono molto emozionato nel vedere pubblicate le foto, mi ha fatto un immenso piacere.
    Sono anche contento perché sono presenti in un contesto molto curato e danno un tocco in più al blog.
    Sono felice di sapere che sono qui.
    Un dono per te che hai saputo apprezzarle ma anche a chi vorrà guardarle, ricordare o solamente pensare a com'erano gli autobus degli anni '60.

    Maurizio
    Oct. 15
    Anigerwrote:
    E' una città che adoro, è nel mio cuore!
    Hai fatto un bellissimo lavoro, grazie.
    Oct. 14

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