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Agapanthus- Grafica Heseret

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January 28

L'inverno

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Libero pensiero.... 
L'inverno e i miei tristi ricordi
 
Permolte persone L'inverno è una stagione triste.
Per me è una stagione bellissima, con un fascino incredibile.
Una tempo lontano,
le persone si ritrovano davanti al focolare domestico, questo mi fa
ritornare indietro a quel tempo lontano, quando eravamo poveri,
ma ricchi di valori e di entusiasmo. C'èra l'unione della
famiglia, c'èra allegria, c'èra tanto solidarietà. Questi
volori oggi sono scomparsi dai nostri comportamenti 
per sempre. non esiste più nulla, siamo tutti dei
semplici sconosciuti ognuno ci si rintana nel proprio rifugio, ci si chiude
con la chiave esludendo il mondo, come se il resto non esistesse,
Non conosciamo più la solidarietà, (se non solo a parole)
non conoscimo la sofferenza altrui, anzi la evitiamo come
fossero degli appestati, non consciamo nemmeno il nostro
dirimpettaio. Se camminiamo per la strada e vediamo una
persona che stà male,la evitiamo, anzi se la vediamo per
terra la scavalchiamo per paura, per non esporsi , forse per paura
di infettarsi? Ma in che mondo viviamo oggi? Siamo tutti degli
egoisti escludiamo gli emarginati, i diseredati, non ci ricordiamo
più la nostra storia, la nostra provenienza di povertà.
Oggi l'importante è raggiungere  la meta da tutti ogognata.
La posezione sociale , una posizione economica vantaggiosa,  costi
quello che costi, anche a scapito dull'altrui, magari calpestandolo,
o magari truffandolo, non fa nulla l'importante è l'obbiettivo
da raggiungere. Ma la vera ricchezza non è questa . La
vera ricchezza è un'altra cosa e non si raggiunge
certamente cosi...............
Presto arriverà la stupenda primavera. Sbocceranno fiori
bellessimi, ma vedremo tanta solitudine e allegria forzata, perchè
fino a quando non sboccerà un grande fiore nel nostro
cuore, saremo sempre in una allegra solitudine
forzata.
 
 

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December 05

silenzio

 
November 12

Il mio ANGELO CUSTODE

                                                       

        

Il mio Angelo Custode.

     Prima di inziare questa mia riflessione,
lasciatemi fare una piccola
premessa. Con questo mio racconto, non voglio
assolutamente offenedere persone di
altra fede o religione. Questa è solo una mia
personale convinzione.

Siamo nel lontano agosto del 1974.
Al ritorno dalla mia terra natia,(Montalcino SI)
ero andato da Trieste a trovare i miei
genitori. Sono circa le 23.30 del 03 agosto.
Mi trovo alla stazione S.M.Novella
di Firenze, con un biglietto
di seconda classe per il mio rientro a Trieste.

Vedo un marea di gente che aspettava quel treno
come me. A quel punto che si rivela, quella
è stata secondo me la prima volta che
si è rivelato il mio Angelo Custode e come se mi
sussurrasse
di correre in bigliettereia e fare un cambio
di classe dalla seconda alla prima e
cosi' corro subito e faccio questo
cambio.

Arriva il treno, tra la ressa di gente,
salgo sulla prima carrozza di prima classe,
(guarda caso quella dopo era di seconda classe)
dopo aver preso posto seduto, mi rilasso
e mi appisolo un poco. Nello stesso scomprtimento
c'èra una coppia di anziani.

Arrivati dentro alla galleria di Val di Sambro
su gli appennini Toscoemiliani,
avviene un'enorme esplosione, èra la 01.34 del 04 agosto, èh si

amici, questo treno, èra il famoso Italicus.
Mi sveglio di soprassalto pieno di
vetri, con la faccia piena di tagli e sangue,
dovuto allo scoppio di tutti i finestrini e le porte.

Non si poteva nemmeno uscire e sforzando riusciamo
a scendere. Vi assicuro che lo spettacolo
che si presentava davanti a noi.... non lo dimenticherò mai.
La carrozza di seconda classe che ci percedeva
èra quella in cui èra stata messa
la bomba, per far morire
più di mille persone.

Li mi sono reso conto che era stato il mio Angelo Custode
a sussurrarmi di cambiare classe, perchè non
salissi su quella maledetta
carrozza.
Cercai di aiutare queste povere persone, èrano in fiamme,
si sentivano urla disumane che provenivano
dall'interno dove morirono bruciate vive ben
14 persone INNOCENTI.

Dopo tante peripezie, con ragazzo,
che non conosco nemmeno il nome, arriviamo a Bologna e
li, ci separammo e ognuno riprese il suo cammino.

Miei cari amici forse voi penserete, che è una mia soggezzione.
Siete liberi di pensarlo, ma io vi dico
che queste circostanze si sono
ripetute altre volte e ve nè
parlerò in un altro momento, ma secondo le mie
esperienze, ogni essere umano, fin dalla nascita ha il suo
ANGELO CUSTODE (chiamatelo come volete)
a secondo delle sue convinzioni.

                                                   

  

October 16

1

 
 
  Da Montalcino a. .. Trieste ...
Il cammino della mia vita
 
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 Montalcino, storia e paesaggi
 
 
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Montalcino sorge nel cuore della Toscana meridionale. Nel medioevo il territorio di Montalcino era diviso fra quattro circoscrizioni ecclesiastiche: Arezzo, Chiusi, Grosseto e Siena. Questa suddivisone rispecchiava quella dell'antichità, infatti qui si incontravano i Territori delle importanti lucumonie etrusche di Arezzo, Chiusi, Roselle (Grosseto) e forse anche di Volterra. molti reperti di questa epoca sono ancora oggi Conservati nel Museo Archeologico di
Montalcino.
 

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LE ORIGINI

Montalcino, colle incantato e ricco di storia, conserva ancora oggi la sua dignità,
una delle componenti che ne alimentano il fascino. I primi segni di un insediamento urbano
in questo territorio, alcune suppellettili in pietra (armi ed arnesi usati dalle
               popolazioni preistoriche) databili al 31000-30000 a.C.,sono state rintracciate nelle campagne             
                        circostanti. Alcuni studiosi affermano che dalle testimonianze scritte di Tito Livio
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       e Polibio risulterebbe che sul colle, sul quale sorge oggi Montalcino, sotto il consolato di Lucio Emilio
                        e Caio Attilio, si rifugiarono alcuni soldati romani per sfuggire all’esercito dei Galli.
              E’ certo comunque che nei dintorni di Montalcino, numerosi ritrovamenti archeologici hanno
                               consentito di tracciare una mappa degli insediamenti risalenti all’epoca
                                                                       etrusca e romana.
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           Non si hanno notizie sicure dell’ età in cui sorse il primo insediamento in Montalcino: di certo
                      sappiamo che nel periodo alto-medievale i saccheggi e le invasioni perpetrate
             dai barbari nell’entroterra e dai saraceni nelle città marittime (Roselle 935), spinsero gli
                                       abitanti di questi centri a cercare una sistemazione più     
                                                          sicura nell’interno della regione. 
 
                                                                  La nascita di Montalcino
 
                           si può quindi far risalire intorno al X secolo, anche se esiste un precedente
                  documento (715), firmato dal re dei Longobardi Liutprando, nel quale si cita la contesa
                                        tra la Diocesi di Siena e quella di Arezzo per il possesso di
                    alcune pievi esistenti nel territorio montalcinese.Abbiamo inoltre testimonianza che
                                    nell’814 Ludovico il Pio concesse la giurisdizione su Montalcino
                        all’Abbazia di Sant’Antimo.Per la sua posizione strategica, Montalcino divenne
                nel 1110 una roccaforte della Repubblica di Siena che la fortificò con possenti mura in
                                            occasione della guerra contro Orvieto e Montepulciano.-
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                                      Fino alla prima metà del XIII secolo, Siena e Firenze si alternarono
                         nella dominazione di questo centro; nel 1211 fu stipulato un accordo tra l’Abate
                                     di Sant’Antimo, i Senesi e gli abitanti di Montalcino, che prevedeva l
                             a cessione di una parte del territorio ilcinese a Siena. Nel 1252 Montalcino
                      è di nuovo libera dalla dominazione senese ed alleata coi fiorentini che la difesero
                            con successo dall’assedio posto dai senesi per impadronirsi della cittadina.
                La situazione si delineò definitivamente con la battaglia di Montaperti (4 settembre 1260),
                                vinta dalla coalizione ghibellina toscana capeggiata da Siena contro
                i guelfi fiorentini, in conseguenza della quale Montalcino entrò definitivamente nell’orbita
                                  d’influenza senese. Dovette passare un secolo tuttavia affinché i
                           montalcinesi diventassero a tutti gli effetti cittadini della Repubblica di Siena
                                              (1361) e ottenessero agevolazioni di dazi e gabelle.
                            Siena fece così del luogo un importante caposaldo difensivo, costruendo in
                               soli due anni la rocca (1361-1363), simbolo della dominazione senese in
                                            Montalcino e rinforzando  notevolmente le mura difensive.
                    Nel 1462 Montalcino fu elevata al grado di città ed eretta a diocesi insieme a Pienza
                                                                     da Papa Pio II Piccolomini.-
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                                        Nel 1553 la cittadina subì l’ultimo grande assedio della sua storia
                    da parte della milizie di Carlo V, alleate dei Medici e capeggiate da Don Garcia di Toledo.
                                        Nel 1555, quando Siena, protetta dai francesi, capitolò alle truppe
                     medicee, famiglie di esuli senesi guidate da Pietro Strozzi, fondarono la Repubblica di
                                       Siena in Montalcino che ebbe vita fino al 1559; in quell’anno infatti
                         con il Trattato di Cateau Cambrésis, venne stipulata la pace tra Francia e Spagna
                                          ed i relativi alleati; la Repubblica di Siena, di cui Montalcino
                      faceva parte, fu annessa definitivamente al Granducato di Toscana, di cui da allora in
                         poi la cittadina seguì le vicende fino all’annessione al Regno d’Italia, avvenuta
                                                                         con il plebiscito del 1860.
 

Montalcino, bellissima cittadina mediovale della campagna

senese rurale, ricco di cultura storia,, vino, olio, è la

cittadina dove sono nato e Vissuto fino a 19 anni

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Stemma Araldico

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                              Panorama                               La Fortezza                                  S. Antimo

 

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I vigneti                                 Il Municipio                              Il Brunello

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October 13

Il cammino della mia vita parte prima

Siena

Bellissima città mediovale ricca di cultura arte,, gastronomia è

La Città del Palio.

Siena è la città natale di Santa Caterina da Siena (patrona d'Italia)

Siena è anche la mia città natale, dove ho Vissuto benissimo

fino all'età di 19 anni

  CENNI DI STORIA SENESE --
a cura del dott. Fabrizio Gabrielli

 
Nell'antichità romana, Siena era città dell'Etruria, indicata con i nomi di Saena e Senae o anche di Sena Etruriae, per distinguerla da Sena Gallica. Il ritrovamento di una necropoli e di altre tombe sparse (tra cui quelle notevolissime recentemente

scoperte nel Museo della Nobile Contrada dell'Oca) ha fatto congetturare che Siena sia d'origine etrusca ma sono avanzi scarsi per poter essere considerati come testimonianza di un centro abitato di qualche importanza.

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In realtà non si hanno notizie sicure della sua esistenza prima della fondazione della colonia
romana (Sena Julia) ad opera, probabilmente, di Cesare o del triumvirato. Come tale è ricordata da Plinio,
da Tacito, da Strabone, da Tolomeo e, più tardi, dalla Tavola Peutingeriana, che la pone sulla linea stradale da Firenze a
Chiusi. Solo Tacito accenna a Siena al tempo di Vespasiano come ad un centro che aveva già magistrati propri.
Tra la fine del III secolo e il principio del IV fu introdotto a Siena il Cristianesimo e
ne fu vescovo un certo Floriano che nell'anno 313 partecipò al Concilio di Roma. Non pare però che Siena in quel tempo
abbia occupato un posto importante. Si ha notizia della restaurazione del vescovado fatta da Rotari nell'anno 652.-
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È molto probabile che le invasioni barbariche abbiano determinato un forte afflusso di persone
in questo luogo, intorno al Castelvecchio, considerato il primitivo nucleo della città. E al tempo dei Longobardi doveva già
essere un centro considerevole se era retta da due gastaldi, l'uno dei quali per la politica e la giustizia e l'altro per l'amministrazione dei beni e delle entrate dovute alla Corona. Con la successiva dominazione franca del neonato Sacro Romano Impero, ai gastaldi succedettero i conti, dei quali fu primo un Adelrico nell'833.
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Al principio del secolo XII l'autorità dei conti (subordinati interamente all'investitura e all'autorità Imperiale) è quasi del
tutto cessata ed è subentrata l'autorità del vescovo-conte, che continua ad usufruire sempre
dell'investitura Imperiale. Ma per l'Impero la regalìa data ai vescovi con l'investitura temporale (saranno loro i veri nuovi
feudatari di quel secolo) è solo una mossa di avvicinamento allo scontro finale.
 Non basterà il trattato di Worms (1122) a sancire la pace nella lotta per le Investiture tra il Papa e l'Imperatore1.
Sarà l'inizio delle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini. Esse dureranno per oltre centocinquant'anni, seminando morte e distruzione in tutta Europa. Solo un'altra piaga farà più morti di questa: la famigerata peste bubbonica,
che però scoppierà in tutta Europa come una bomba atomica solo due secoli dopo, sebbene le prime avvisaglie si avessero già in questo periodo. Le lotte tra Guelfi e i Ghibellini dominano la scena politica dell'intero continente, ma giungono
in Toscana ad un compimento che si rispecchia ancora oggi nelle rivalità campanilistiche come in nessun'altra parte del mondo.
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Il potere del vescovo non dura a lungo, perché il Comune, ormai organizzatosi con i suoi consoli,
comincia ad assumere autorità preponderante. I consoli sono scelti dal popolo fra i nobili della città, durano in carica un anno
e hanno il compito di amministrare civilmente ed economicamente la città. Contro questa preponderanza
dell'elemento signorile insorge il popolo, che con l'esercizio del commercio ha ormai acquistato un posto rilevante nella vita
cittadina e reclama maggiori diritti; approfittando delle discordie che già serpeggiano tra le principali famiglie,
specialmente fra i Tolomei (guelfi) e i Salimbeni (ghibellini), il popolo riesce nel 1147 a ottenere che un terzo dei posti di console
venga riservato agli uomini della sua parte. Cura del nuovo comune mercantile è l'allargamento del dominio senese fuori
delle mura, che già si era iniziato con il governo vescovile.-
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Ma i tentativi espansionistici di Siena fanno scaturire la gelosia di Firenze: l'acquisto di Staggia e la penetrazione verso
Poggibonsi e la val d'Elsa danno origine al primo conflitto armato, verificatosi nel 1141. La guerra si riaccende nel 1145 e i Senesi vengono stavolta sconfitti presso Montemaggio, ma ciò non impedisce loro di continuare nelle conquiste
legittimate dal riconoscimento imperiale. Nella lotta combattuta contro Federico Barbarossa specialmente dai comuni lombardi,
Siena segue dapprima il partito imperiale, ma nel 1177 si unisce agli altri comuni ed è assediata invano da Enrico,
figlio del Barbarossa (1186). Nella pace che segue nello stesso anno Siena ottiene un nuovo
riconoscimento imperiale di tutto quanto essa possedeva dentro e fuori della città: è questa la strategia seguita dall'Impero
per cercare di accattivarsi i favori degli alleati. Siamo nel periodo nel quale la potenza economica di Siena si
impone su tutta la Toscana: i suoi mercanti fanno affari in ogni parte d'Europa e si formano le potenti compagnie di banchieri
che finanziano imperatori, prìncipi, papi. La ricchezza di Siena è dovuta anche al transito della Via Francigena,
che porta i pellegrini e i viandanti verso la Città Santa. Nascono in questo periodo le compagnie laicali, che si preoccupano di
assistere i viandanti di passaggio a Siena. È un fatto di fondamentale importanza: infatti da queste compagnie
germoglieranno in seguito le Contrade cittadine. Nel 1197, partecipando alla Lega delle città guelfe stretta a San Ginesio, Siena
entra in rapporti amichevoli con Firenze; ma poi, per questioni di confini, si verifica tra le due città una nuova guerra.
 Intanto un notevole mutamento è avvenuto negli ordinamenti comunali: ai consoli viene sostituito il podestà (1199), che dal 1211 è definitivamente forestiero e viene a consolidarsi il Consiglio della Campagna avente funzioni parlamentari.
Il primo podestà di Siena è Orlandino Malapresa di Lucca.
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Dopo la parentesi della lega di San Ginesio, le lotte con Firenze riprendono con alterne vicende. Le due città
hanno infatti interessi troppo contigui e, per giunta, sono anche molto vicine tra loro ed è inevitabile che si vengano a creare
motivi di frizione dovuti a questioni territoriali. Nel 1207 Siena è sconfitta a Montaldo della Berardenga, ma negli
anni successivi la sorte torna ad arriderle, sicché può allargare il suo dominio nella Maremma. Nel 1235 e nel 1254 deve
sottoscrivere due trattati di pace gravosi con la perdita di Montalcino e di Montalbano. Frattanto, per restringere
i poteri del podestà e per arginare l'azione delle maggiori famiglie, nel 1236 si istituisce un consiglio di 24 cittadini, il cui numero
viene poi elevato a 36; il capitano del popolo è nominato capo di questo collegio che rimane al potere fino alla
metà del secolo XV (con alterne vicende e modifiche di poco conto nell'impianto generale). Al podestà, i cui poteri vengono
ristretti, si mantiene la funzione giudiziaria e il comando dell'esercito in guerra.
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La rivincita contro Firenze si ha in maniera clamorosa nel 1260 a Montaperti,
dove le milizie senesi, rinvigorite dai fuorusciti ghibellini ormai sparsi in tutta la Toscana, con a capo Farinata degli Uberti,
dai cavalieri teutonici Imperiali e dagli aiuti di Pisa, Lucca e Cortona, sconfiggono i Fiorentini, superiori di
numero, facendone tanto grande strage che, come ebbe a dire Dante "fece l'Arbia colorata
in rosso" (Inferno, canto X, v. 86 e segg.).
 Ma i vantaggi ottenuti da Siena con la vittoria sono di breve durata: la prima disgrazia che porta alla
rovina economica della città è la scomunica ad opera di papa Alessandro IV, che proibisce a tutte le altre città di operare scambi commerciali coi cittadini senesi. Poi arriva come un fulmine a ciel sereno anche la morte di Manfredi di Svevia
 (battaglia di Benevento, 1266), erede diretto dei fasti del Regno di Federico II. La sua morte segna il declino della fortuna dei
ghibellini in Italia e Siena, sebbene ancora nel 1268 riesca vittoriosa, con i Tedeschi di Corradino, in una
battaglia presso Arezzo, e l'anno successivo Siena venga sconfitta dai Fiorentini a Colle Val d'Elsa, dove muore il capo del ghibellinismo senese, il condottiero Provenzano Salvani. Ormai il pendolo delle fortune politiche pende dalla
 parte dei francesi, i quali con Guido di Montfort, vicario di Carlo d'Angiò e grande alleato di Firenze, si impadroniscono di
Siena e vi instaurano un governo guelfo mandando a morte i ghibellini.
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Cominciano cosi le violente repressioni ai danni del partito perdente, repressioni che vengono biasimate
con veemenza perfino da Dante Alighieri nel celeberrimo canto X dell'Inferno, dedicato alla figura di Farinata degli Uberti. Le lotte
fra partiti saranno una delle cause della rovina di Siena, ma questo tema sarà argomento di un altro capitolo
che tenterà di andare al fondo della questione. Nel 1270 il consiglio dei Ventiquattro è sostituito con quello dei Trentasei, a cui partecipano dapprima tutte le fazioni guelfe. Ma nel 1277 i nobili sono cacciati dalle cariche supreme riservate
ai "buoni e leali mercatanti di parte guelfa" i quali, nel 1280, sostituiscono ai Trentasei un consiglio dei Quindici, ridotto ancora
a Nove membri, sempre con esclusione dei Grandi. Quest'ultimo governo, detto il Governo dei Nove e
rappresentante la classe borghese, rimane al potere per 70 anni circa e porta in città la pace e un benessere considerevole
espresso specialmente dalla quantità di opere pubbliche portate a compimento2. Ma le fazioni assopite
per poco, riprendono le lotte, mentre, nel 1326, la carestia e, nel 1348, la peste, cui si uniscono gravi dissesti finanziari dovuti
a grandiosi sperperi di danaro, colpiscono la città e creano il malcontento del popolo. Così quando
nel 1355 giunge a Siena l'Imperatore Carlo IV di Lussemburgo, i nobili e il popolo si sollevano e cacciano i Nove, instaurando
il governo dei Dodici, popolani assistiti da un collegio di 12 nobili e da un consiglio generale composto da 250
popolani e 150 nobili. Ma anche questo nuovo governo non dura a lungo: nel 1368 una nuova rivolta lo abbatte e viene costituito
il collegio dei Quindici riformatori formato da popolani e che si mantiene fino al 1385, indirizzando
la propria opera al riordinamento dei dissesti finanziari delle casse dello Stato e ad allontanare dal territorio il flagello delle
compagnie di ventura.
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È questo il periodo in cui vive ed opera, prima a Siena e poi in tutta Italia,
Santa Caterina,
nata Caterina Benincasa. Ancora oggi Santa Caterina è senza ombra di dubbio il personaggio senese più famoso nel
mondo, nonché il più importante. In città si susseguono intanto i governi dei Dieci (1386-87),
degli Undici (13881398), dei Dodici priori (1398-99), che danno la città in signoria a Gian Galeazzo Visconti, onde preservare
i domini senesi dalle mire espansionistiche di Firenze.
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Morto
Gian Galeazzo (1402), Siena non tarda a sottrarsi all'influenza dei Visconti,
istituisce nel 1404 un nuovo governo di Dieci priori, prevalentemente popolare, e in alleanza con Firenze combatte contro
re Ladislao di Napoli. Negli anni seguenti Siena riesce a riconquistare alcuni territori della Maremma.
Ma ormai il prestigio della città è scosso dalla supremazia fiorentina. Le lotte intestine continuano a dilaniare la città: un po'
di pace le viene con l'assunzione al papato del senese Enea Silvio Piccolomini (Pio II) (che tra l'altro sarà
ricordato quest'anno nella pittura del drappellone del prossimo Palio che si correrà a luglio). Pio II elèva la sua città ad
arcivescovado. Per l'occasione i Piccolomini e altre famiglie appartenenti alla nobiltà senese vengono
riammessi a partecipare al governo della città; ma, morto Pio II, i nobili vengono di nuovo cacciati e continua la ridda dei
governi. Nel 1487 la nobiltà e la borghesia, con a capo Pandolfo Petrucci, espulse dalla città, riescono a
rientrare con l'appoggio di Firenze e di Alfonso duca di Calabria, ed eleggono un consiglio generale con la partecipazione
di tutti gli ordini e una Balia la quale nomina un comitato di tre membri, i Segreti; ma sopra tutti impone la propria
autorità il Petrucci, che di fatto governa la Repubblica fino alla propria morte (1512), favorendo il progresso delle arti e delle
scienze e difendendo la città dalle mire di conquista di Cesare Borgia, detto il Valentino e glorificato dal Machiavelli nel suo Principe.
 A Pandolfo succede il figlio Borghese, che viene cacciato dalla città dal cugino Raffaello Petrucci,
aiutato da papa Leone X. A Raffaello succede Francesco e poi Fabio con il quale, cacciato nel 1523 dal popolo,
ha termine il sopravvento dei Petrucci a Siena.
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Ricominciano allora le lotte intestine e la fazione popolare dei Libertini caccia i
Noveschi sostenuti da Clemente VII, il quale invia contro Siena un esercito che viene vinto a Camollia nel 1526. Preoccupato
da questi continui disordini, Carlo V, con il pretesto di pacificare le fazioni, si è intanto introdotto nelle
faccende interne della città, inviando un governatore con una guarnigione, e ora si aggrava la preponderanza spagnola e la
"tutela" dell'Imperatore, che ordina la costruzione di una fortezza (la Lizza). Tutto ciò insospettisce i senesi
che, sollevatisi con l'aiuto dei Francesi e dei fuorusciti fiorentini e sotto la guida di Enea Piccolomini, cacciano la guarnigione
nel 1552, stringendo alleanza con la Francia. Ma il pericolo di una Siena sotto l'influenza francese muove
l'Imperatore ad inviare, al comando di Gian Giacomo Medici di Marignano, un forte esercito contro la città, che viene stretta
d'assedio nel marzo del 1554.
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La guerra è finanziata da
Cosimo de' Medici, Granduca di Toscana,
che aspira al possesso della città con tutte le sue forze. Siena rappresenta infatti una spina nel fianco per le ambizioni
di potere di Cosimo e la vittoria contro la città segnerebbe il definitivo trionfo della politica espansionistica
medicea. I Senesi si difendono eroicamente sotto la guida di Piero Strozzi e di Biagio di Montluc, ma infine, stremati,
devono arrendersi il 17 aprile 1555. È la fine definitiva della storia libertaria di questa città, vero ultimo baluardo contro ogni dominazione esterna al popolo. La città non conta allora più di 8000 abitanti. Circa 700 famiglie si rifugiano
con il Montluc e con lo Strozzi a Montalcino, ove costituiscono un nuovo governo repubblicano con le insegne senesi resistendo
fino al 1559. Siena passa quindi sotto il dominio di Filippo II che, debitore di enormi somme verso i Medici,
la cede con tutto il suo territorio a Cosimo I (1557), eccettuati i porti di Orbetello, Talamone, Porto Ercole, Monte Argentario,
Porto Santo Stefano che formano lo "Stato dei Presidi". Da allora la storia di Siena si identifica con quella di Firenze e
del Granducato di Toscana, pur avendo apparentemente la città un governo piuttosto autonomo.
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Siena si risveglia solo lentamente dall'incubo: concorrono alla rinascita l'
Arte senese
in tutte le sue forme, il nuovo Monte dei Paschi (rifondato nel 1624) e le savie riforme economiche e agricole dovute alla
casa di Lorena, succeduta nel 1737 ai Medici nel governo del Granducato. Al tempo di Napoleone Siena
fu capoluogo del dipartimento dell'Ombrone. Partecipò alle guerre del Risorgimento con un cospicuo numero di volontari che si batterono valorosamente a Curtatone. Fu la prima città della Toscana a deliberare nel 1859
l'annessione al Regno d'Italia.
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1 Il concordato di Worms del 23 settembre 1122 sancì la rinuncia da parte

del re all'investitura dei vescovi nell'ufficio ecclesiastico, riservandosi tuttavia il privilegio di investitura con la concessione feudale dei poteri temporali. Tale investitura temporale, in Germania, doveva precedere la consacrazione degli abati, mentre in Italia e in Francia l'investitura doveva seguire il rito della consacrazione. Ovviamente il rito sancito in Germania dal concordato di Worms era più favorevole al potere regio, che subentrava a monte della consacrazione ecclesiastica. Similmente in Germania si decise che l'elezione dei vescovi, pur avvenendo in forma canonica, poi approvata dal popolo, doveva avvenire alla presenza del re o di un suo incaricato. Il Concilio lateranense del 1123 (primo Concilio ecumenico dell'Occidente) ratificò l'accordo di Worms. -------------------------------------------------- -------------------------------------------------- -----------------
2 È questo il periodo di maggiore fasto in cui prende corpo l'impianto della Piazza del Campo, così come la conosciamo oggi, del Duomo e delle opere pittoriche e scultoree. Nel 1311 l'inaugurazione della Maestà di Duccio (oggi conservata al Museo dell'Opera del Duomo) vede festeggiamenti che si protraggono per giorni con cortei e trionfi in onore del pittore senese, al quale il Governo dei Nove regala una casa in Via Stalloreggi 

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          Sacro Romano              La lotta per le       Le lotte tra i Guelfi          La Peste                  Federico I detto        La battagglia di

               Impero                         Investitura                e Ghibellini                                                      Il Barbarossa              Monteaperti            

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      Farinata degli                Manfredi di              Federico II                Santa                              I Medici                      Gian Galeazzo

          Uberti                             Svevia                                                        Caterina                                                                    Visconti

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    Enea Silvio                  Pandolfo                   Clemente VII                 Cosimo I dei                     Arte L 'a Siena               La psicologia

   Piccolomini                   Petrucci                                                                 Medici                                                                        del Palio

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                                    Stemma Araldico                                                          La bandiera

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 Il Duomo

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 Int. del Duomo         Int. del Duomo                  Centr. Duomo navata.              Porta Camollia

 

Santa Caterina da Siena (patrona d'Italia)

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          La Cappella                       La salma                       Il Chiostro                       La Tomba

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Panorama della piazza del componente, dove si svolge il Palio, con la veduta della Torre del

Mangia

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Fonte Gaia (opera del Bernini)

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Il Palio di Siena

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La contrada della Torre

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Siena (Panorama Notturno)

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Il panorama Siena

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(Predazzo (Trento)

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Bellissimo paesino incastonato nelle Dolomiti della Val di Fiemme.

Ci ho Vissuto 6 mesi per frequentare il Corso per Allievi della Guardia di Finanza

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    Stemma di Predazzo      Stemma di Predazzo       Stemma della Scuola     Stemma Araldico

                                                                                                      Della Alpina G.di. F.            Della G.di.F.

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Io, da giovane Finanziere

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        La scuola allievi                   La Chiesa                           LE DOLOMITI                       LE DOLOMITI

          della G. di F.

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Tarvisio e Fusine (UD)

 

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Tarvisio e Fusine sono delle belle cittadine incastonate nelle Alpi Giulie

dell'alta Carnia. Nota per I suoi impianti sciistici, dove ho prestato servizio

nel Corpo della G: di.F. per5 mesi invernali (ma non ho mai visto

La Terra, ho visto solo neve, neve e neve)

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Fusine (la neve)

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       Parco di Fusine           Tarvisio (la Chiesa) Tarvisio (Monte Lussari) Fusine (le montagne)

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Trieste

                                                           

 Trieste, Bellissima città ricca di storia e

di Cultura,Mittelleuropea Città e multietnica, dove vivono

Cittadini pacificamente di tutte Le culture e razze diverse. Trieste ha impresso

Nella sua struttura archittettonica lo stile

dell'Impero Austro-Ungarico essondo Stata per 500 anni sotto il Suo dominio. E' la città

Dove vivo dal 1971 e ho COSTRUITO la mia famiglia.

Il cammino della mia vita parte seconda

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Storia di Trieste

1 Dalla Preistoria al Medioevo
2 Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale
2.1 Le lingue sotto la dominazione asburgica
3 Il passaggio all'Italia (1918-1943)
4 Occupazione tedesca (1943-45)
5 Occupazione jugoslava (1945-47)
6 L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54)
7 Dal trattato di Osimo alla nuova Europa
8 Voci correlate
9 Note
10 Collegamenti esterni
Dalla Preistoria al Medioevo  [modifica]
Arco romano detto "di Riccardo"La città di Trieste e il proprio
retroterra carsico divennero sede stabile dell'uomo già in età neolitica.
Il primo popolo di cui si hanno notizie certe è quello degli Istri, di
probabile origine illirica, che con la costruzione dei castellieri sviluppò,
a cavallo fra il II e il I millennio a.C. un tipo di civiltà relativamente
avanzata che successivamente venne influenzata dagli antichi Veneti (a partire
dall'VIII secolo a.C. circa) e dai Carni, popolazione celtica quest'ultima,
insediatisi attorno alla seconda metà del V secolo a.C. in gran parte
dell'attuale Friuli.
Nel II secolo a.C. divenne municipio romano con il nome di Tergeste,
sviluppandosi e acquisendo una netta fisionomia urbana in epoca augustea.
Dopo l'anarchia che paralizzò l'intera regione alla caduta dell'impero
d'Occidente, la città, fortemente ridimensionata sia sotto il profilo
economico che demografico, divenne, con Giustiniano I, colonia militare
bizantina. Tale situazione si protrasse fino al 788, quando passò sotto il
controllo dei Franchi, dai cui sovrani i vescovi ebbero l'autorità temporale
che esercitarono fino all'affermarsi del libero comune nel corso
del XIII secolo.
Per approfondire, vedi la voce Dominio vescovile a Trieste 948-1295.
Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale  [modifica]
Lo stemma di Trieste austro-ungaricaNel XIII secolo Trieste divenne un
comune libero, ma le continue guerre e rivalità con Venezia, che ambiva
ad assumere una posizione egemonica nell'Adriatico, la spinse a porsi
sotto la protezione del Duca d'Austria (1382) conservando però una certa
autonomia fino al XVII secolo.
Nel 1719 Carlo VI d'Austria dichiarò Trieste porto franco ed il governo
dell'Impero Austriaco vi investì enormi capitali. Dopo la morte dell'imperatore
(nel 1740) salì al trono la giovane Maria Teresa d'Asburgo che grazie ad una
attenta politica economica permise alla città di diventare uno dei principali
porti europei.
Trieste venne occupata per tre volte dalle truppe di Napoleone, nel 1797,
nel 1805 e nel 1809, quando fu annessa alle Province Illiriche; in questi brevi
periodi la città perse definitivamente l'antica autonomia con la conseguente
sospensione di status di porto franco.
Ritornata agli Asburgo nel 1813 la città crebbe, anche grazie all'apertura
della ferrovia con Vienna nel 1857, e negli anni sessanta dell'Ottocento fu
elevata al rango di capoluogo di Land nella regione del Litorale Adriatico
(il Küstenland). Successivamente la città divenne, negli ultimi decenni
dell'Ottocento, la terza realtà urbana dell'Impero Austro-Ungarico.
Le lingue sotto la dominazione asburgica  [modifica]
Fino al principio del XIX secolo a Trieste si parlava il tergestino,
un dialetto di tipo retoromanzo molto vicino al friulano, che fu gradualmente
sostituito da altri idiomi, portati da numerosi immigranti, come l'italiano,
il veneto, il tedesco e lo sloveno portato dagli abitanti del Carso e di altre
regioni limitrofe già dal XIII secolo.
Comunque, grazie al suo stato privilegiato di unico porto commerciale di una
certa importanza dell'Austria, Trieste mantenne sempre in primo piano nei
secoli i legami culturali e linguistici con l'Italia. Infatti, nonostante la
lingua ufficiale della burocrazia fosse il tedesco, l'italiano (o meglio un
suo dialetto) era la lingua più parlata dagli abitanti e usata nel consiglio
comunale: lo storico Pietro Kandler riporta, nella sua Storia di Trieste, che:
Trieste nel 1885 Il Palazzo del governo asburgico, oggi sede della prefettura
« A Trieste la nobiltà parla il Tedesco, il popolo l'Italiano, il contado
lo Sloveno »
Secondo il censimento austriaco del 1910 (dopo una revisione), su un totale
di 229.510 abitanti di Trieste, si ebbe la seguente ripartizione:
118.959 (51,8%) parlavano italiano
56.916 (24,8%) parlavano sloveno
11.856 (5,2%) parlavano tedesco
2.403 (1,0%) parlavano croato o serbo
779 (0,3%) parlavano altre lingue
38.597 (16,8%) erano cittadini stranieri a cui non era stato chiesta la
lingua madre, tra i quali:
29.639 (12,9%) erano cittadini italiani
3.773 (1,6%) erano cittadini magiari.
Il passaggio all'Italia (1918-1943)  [modifica]
Trieste fu, assieme a Trento, influenzata dall'irredentismo, movimento che
puntava alla annessione all'Italia di tutte quelle terre abitate da secoli
da popolazioni di cultura italiana (o italica) ma che ancora non facevano
parte dell'Italia d'allora (terre "irredente" appunto).
Nel novembre 1918 a Trieste sbarcarono le truppe italiane e nel 1920 la
città venne annessa all'Italia insieme al resto della Venezia Giulia.
L'annessione determinò la perdita di importanza della città stessa che
si ritrovò ad essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland
(quello occidentale è tutt'ora divenuto parte della provincia di Gorizia).
Trieste, come città di confine, ha fatto i conti con i movimenti
nazionalistici che erano molto forti nella zona e si accentuarono
soprattutto nel periodo fascista. L'obiettivo, come era successo in molti
altri stati, era quello di nazionalizzare e centralizzare per cui le
minoranze etniche erano sottoposte a misure di assimilazione. Nella città
di Trieste si videro delineare atti discriminatori nei confronti delle
popolazione non italofona.
Il 13 luglio 1920 si verificò un efferato incidente di stampo anti-slavo,
famoso nella memoria storica degli sloveni come "il rogo del Narodni dom",
la "Casa del popolo" slovena incendiata nel corso di proteste anti-jugoslave,
svoltesi a Trieste in seguito all'assassinio di due soldati italiani
durante una manifestazione anti-italiana a Spalato in (Dalmazia).
Con l'avvento del fascismo la politica snazionalizzatrice si rafforzò:
furono sciolte tutte le organizzazioni slave, fu proibito l'uso pubblico
di lingue non italiane (anche nelle chiese) e furono italianizzati i
cognomi (e in molti casi anche i nomi) di origine slava. Molti
intellettuali e liberi professionisti slavi emigrarono da Trieste e
trovarono asilo politico nella vicina Jugoslavia. Alla politica
snazionalizzatrice del regime, i jugoslavi risposero con atti di
resistenza sempre più pressanti; dalla fine degli anni venti in poi si
verificarono, ad intermittenza, atti di violenza contro gli esponenti del
regime fascista ed in alcuni casi contro membri delle forze dell'ordine
da parte di organizzazioni sovversive e irredentiste slovene (Borba e TIGR).
Il 6 settembre 1930 furono fucilati, nel campo di Basovizza (slov.
Bazovska gmajna), quattro antifascisti sloveni, condannati nello stesso
anno dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista come
responsabili di numerose azioni violente (alcune con vittime civili e
militari) avvenuti a Trieste e dintorni. Nel decennio che precedette la
seconda guerra mondiale, altri quattro combattenti fucilati (membri del
TIGR Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič)
divennero un simbolo dell'antifascismo sloveno con il nome di "martiri
di Basovizza" (slov. bazoviške žrtve).
Occupazione tedesca (1943-45)  [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Questione triestina.
Dopo l'armistizio di Cassibile, avvenuto il 1943, Trieste ritornò
capoluogo del territorio storico, zona d'Operazione del Litorale Adriatico,
che comprendeva le province di Trieste, Gorizia e Lubiana con a capo il
gauleiter austriaco Friedrich Rainer.
Durante l'occupazione nazista di Trieste la Risiera di San Sabba,
stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913, venne usato
dai Tedeschi come campo di prigionia e di smistamento per i deportati
in Germania e Polonia e come campo di detenzione di partigiani, detenuti
politici ed ebrei. Fu l'unico campo di sterminio in Italia con forno
crematorio, messo in funzione il 4 aprile 1944. Nello stesso tempo si
intensificò nel entroterra giuliano (in particolar modo nelle zone montuose
del Goriziano, ma anche sul Carso triestino e in Istria) il movimento
partigiano jugoslavo che operava in modo da destabilizzare il governo
nazi-fascista. Al clima di incertezza e repressione si aggiungevano i
bombardamenti statunitensi e britannici che diventavano massicci e
incessanti devastando la città per un lungo periodo.
Il ribaltamento delle vicende belliche provocò la conquista di molte
terre da parte dell'esercito jugoslavo comandato da Josip Broz Tito.
La politica di nazionalizzazione ora capovolse i ruoli: l'uccisione di
diverse migliaia di persone (perlopiù italiani, ma anche sloveni e
croati ostili al nuovo regime comunista) erano mirate
ad eliminare nemici politici scomodi alla politica jugoslava e a
ridurre le resistenze italiane.
Così come in molte altre parti dell'Europa centro-orientale,
si dovette assistere allo sfollamento e trasferimento delle popolazioni:
specialmente dopo la fine della guerra, un grande numero d'italiani
dovette abbandonare le terre conquistate dagli jugoslavi (secondo le
stime dai 200.000 ai 350.000 furono i coinvolti nel cosiddetto esodo
istriano-dalmata). Chi decideva di rimanere non aveva rosee prospettive,
soprattutto nei primi anni del Dopoguerra, anche perché diverse
migliaia persero la vita nei massacri delle foibe. Molti esuli
(30.000-70.000) si stabilirono a Trieste o nei suoi dintorni, però
solo dopo il 1954. Tuttavia non bisogna scordarsi che anche molti
sloveni, croati, bosniaci e serbi fuggirono dalla Jugoslavia,
in quanto non condividevano il comunismo di Tito.
Con la fine della Guerra alla Jugoslavia vennero riconosciute la
Dalmazia, l'Istria e gran parte della Venezia Giulia, zone abitate
da molti italiani, che erano la maggioranza della popolazione
soprattutto nelle grandi città e sulle zone costiere-insulari.
Su Trieste, invece, si ebbe un lungo periodo di attesa prima
che ne fosse definita l'appartenenza.
Occupazione jugoslava (1945-47)  [modifica]
Il 30 aprile 1945 il CLN di Trieste, comandato dal colonnello Antonio
Fonda Savio, liberò una buona parte della città dai nazisti ma poche ore
dopo Trieste venne occupata dal IX Corpus comandato da Josip Broz Tito.
Tra l'1 maggio e 12 giugno vi fu il massimo picco dei massacri delle
foibe, sulle quali ancora oggi, a 60 anni di distanza, rimane aperto
il dibattito tra gli storici sul numero esatto delle vittime e sul
motivo storico della strage.
La città di Trieste fu occupata dagli iugoslavi il 1° maggio 1945 alle
ore 6 antimeridiane, con l'ingresso delle avanguardie composte da alcune
migliaia di partigiani di Tito, affiancati da alcune truppe del
IX Corpus e da cinque carri armati. Le truppe iugoslave regolari a
ffluirono in seguito e si stanziarono nella città. Iniziarono così
i 43 giorni di occupazione iugoslava a Trieste: questa fu vista come
liberatrice da gran parte della comunità slovena della città, mentre
restò impressa come un periodo di oppressione sanguinaria nella memoria
storica della maggioranza italiana. Difatti il 5 maggio si scatenò
una sommossa italiana con 5 caduti.[1]
Nonostante la maggioranza delle truppe tedesche (che ovviamente non si
erano ritirate) fossero state disarmate dai partigiani del CLN
triestino durante l'insurrezione del 30 aprile e buona parte della
città fosse sotto il controllo del Corpo volontari della libertà (CVL),
il 1° maggio in città resistevano ancora alcuni residui reparti di
soldati tedeschi. Dei 56 centri di resistenza tedesca efficienti al
sorgere del 30 aprile, restavano ancora in possesso del Maggior
Generale Linkebach (dal 23 Comandante di tutte le forze tedesche
dislocate in Trieste) un esiguo numero di basi munitissime, tra cui
la Villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di
San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la stazione Centrale e il porto.
Agli assalti contro i tedeschi avevano partecipato, con il CLN,
le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già
organizzata clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari
e nelle zone periferiche erano intervenuti pure gruppi di comunisti.
Agli scontri violenti che si susseguirono nelle zone centrali,
non parteciparono gruppi controllati dal movimento sloveno che,
invece, erano attivi nei rioni periferici e in Carso.
Portici di Chiozza Il congiungimento tra gli insorti italiani e le
avanguardie della IV Armata jugoslava avviene al centro cittadino verso
le 9.30. Un reparto avanzato, agli ordini del Tenente Božo Mandac
della XIX Divisione d’assalto, appoggiato da carri armati leggeri,
si attesta presso i Portici di Chiozza. Dopo uno scambio di formalità
tra Ercole Miani e altri rappresentanti del Comitato, l’ufficiale
comunica che il suo compito è quello di attaccare i capisaldi tedeschi.
In linea di massima, fino alle ore 12.00 del 1° maggio,
il comportamento delle truppe jugoslave regolari si mantiene
normale. Successivamente, per il sopravvenire di elementi faziosi,
si profila un cambiamento radicale della situazione, contrassegnato
dall’accanirsi di sentimenti ostili e discussioni tra jugoslavi e CVL.
Così si verificano, di fronte alle pretese jugoslave della consegna
delle armi da parte dei partigiani italiani, alcuni scontri a fuoco
tra jugoslavi e italiani. A Roiano, a Rozzol e in altri punti della
città si contano
morti e feriti. Verso le prime ore del pomeriggio del 2 maggio,
arrivano a Trieste le avanguardie dei reparti corazzati neozelandesi.
Con il loro arrivo , gli ultimi presidi tedeschi ancora resistenti in
città decidono di sospendere il fuoco e si arrendono agli neozelandesi.
In precedenza gli ultimi presidi tedeschi si erano rifiutati di
arrendersi alle forze iugoslave e cercato di trascinare a lungo
le trattative, in attesa proprio dell’arrivo degli alleati.
L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54) 
[modifica]
Per approfondire, vedi le voci Territorio libero di Trieste
e Questione triestina.
Il 2 maggio 1945 giunsero gli Alleati (neozelandesi e britannici),
anche se la città rimase sotto controllo jugoslavo fino al 12 giugno;
però alcuni uffici di interesse strategico, come le Poste, furono
presidiati dai Neozelandesi. Il comando jugoslavo però impose di
portare l'orologio del Municipio avanti di un'ora, così Trieste
per 40 giorni fu allineata all'ora di Belgrado.
Al quinto giorno di occupazione jugoslava, cinque persone furono
uccise dalle truppe titoiste, che aprirono il fuoco su una
dimostrazione di piazza in favore del ritorno di Trieste all'Italia.
La situazione che si era venuta a creare non soddisfaceva gli
anglo-americani ed il generale Harold Alexander, su indicazione
di Winston Churchill, riuscì dopo la firma dell'accordo di
Belgrado del 9 giugno 1945 sui nuovi confini, la linea Morgan,
ad ottenere il 12 giugno la smobilitazione dell'Armata Popolare
di Liberazione della Jugoslavia ed il passaggio della città ad un
"Governo militare alleato". Il periodo di governo jugoslavo
aveva già procurato migliaia di infoibati.
Dopo l'uscita da Trieste delle truppe jugoslave, fu provvisoriamente
istituita la British Unites States Zone - Free Territory of Triest
(BUSZ-FTT) - Territorio libero di Trieste, Zona Anglo - Americana.
Il territorio triestino, conteso dagli occupanti, entrò a far parte
nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, dell'Allied Military Government -
Free Territory of Triest (AMG-FTT), Territorio libero di Trieste-
Governo Militare alleato e furono stabilite due zone
d'occupazione: la Zona A, sopra citata, occupata dagli alleati
e la Zona B nella quale rimasero gli iugoslavi.
Secondo l'ONU doveva sorgere un Territorio Libero di Trieste,
comprendente sia la Zona A, sia la Zona B, con un seggio all'ONU.
Tuttavia nessuno aveva interesse a istituire tale territorio.
Gli Italiani della Zona A, da una parte, volevano ricongiungersi
all'Italia. La Jugoslavia, dall'altra, non aveva alcun interesse
ad abbandonare la Zona B, soprattutto perché Capodistria poteva
diventare il porto della Slovenia, come in effetti divenne. Nella
Zona B le case lasciate libere dagli esuli, furono assegnate
a popolazioni jugoslave fatte immigrare in Istria.
A Trieste ci furono diverse manifestazioni degli studenti per il
ritorno di Trieste all'Italia. Le manifestazioni che ebbero però
esiti più terribili furono quelle del 5 e 6 novembre 1953. Il 4
novembre si celebra ogni anno la Festa della vittoria della Prima
Guerra Mondiale e si va ufficialmente a rendere omaggio ai caduti nel
Sacrario di Redipuglia (GO). Molti Triestini quel giorno del 1953
valicarono il posto di blocco di Duino ed entrarono in territorio
italiano per recarsi a Redipuglia. Al rientro, alla sera, cominciarono
le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di
Trieste, fece issare sulla torre del Municipio il Tricolore italiano
al posto della bandiera rosso-alabardata di Trieste. Un ufficiale
inglese vide tutto dall'antistante Palazzo della Prefettura, sede del
Governo Militare Alleato e si recò immediatamente dal sindaco,
ordinandogli di ammainare subito il Tricolore. Il sindaco si rifiutò
di farlo; allora l'ufficiale ordinò ai militari inglesi di effettuare
l'operazione. La notizia si sparse rapidamente in tutta Trieste.
Gli studenti di tutte le scuole formarono cortei di protesta e molti
si recarono in Via XXX Ottobre, accanto alla Chiesa di S. Antonio
Taumaturgo, dove c'era la Questura comandata da ufficiali inglesi.
La Polizia Civile, agli ordini di tali ufficiali, cominciò con
violenza a far sfollare i giovani. Così alcuni ripararono in chiesa,
ma furono inseguiti dai poliziotti e bastonati a sangue. La chiesa
così era stata violata e doveva essere subito riconsacrata.
Il vescovo Mons. Antonio Santin volle procedere in giornata,
nel primo pomeriggio. Una marea indescrivibile di gente e di giovani
si recarono presso la chiesa. Però dalla Questura inglese cominciarono
a partire colpi di fucile e fu ucciso Pietro Addobati. Ciò avveniva
il 5 novembre 1953. Il giorno successivo ci fu lo sciopero generale
e i Triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare
contro il Governo Militare Alleato. Improvvisamente dal balcone del
Palazzo del Governo furono sparati ad altezza d'uomo molti colpi
di fucile. Sotto quei colpi micidiali perirono altri cinque
Triestini: Emilio Bassa, Leonardo (Nardino) Manzi, Saverio Montano,
Francesco Paglia, Antonio Zavadil. Fu la rivolta e la situazione
divenne incontrollabile. Poco dopo entrarono d'urgenza in Piazza Unità
reparti delle truppe americane, che, dopo aver fatto rientrare la
polizia civile e gli inglesi, cercarono di pacificare la folla .
Furono ascoltati, anche perché gli Americani non si erano sporcati
le mani con quei massacri proditori. Tutte le autorità cittadine
insorsero contro quel barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al
Governo Militare Alleato di consegnare in caserma la truppa inglese e
la polizia civile, soprattutto il giorno del funerale delle vittime.
Il servizio d'ordine fu adempiuto soprattutto dai lavoratori portuali.
Cominciarono presto le riunioni ad alto livello per risolvere la
questione che ormai era sfociata nel sangue. Però la Jugoslavia non
stava a guardare passivamente. Tito fece un discorso provocatorio a
Pola (Istria) in cui disse: "Il nostro vogliamo, l'altrui non
chiediamo". Quella frase rimise le cose in questione, perché si
trattava di determinare che cosa Tito intendeva per "nostro" e per
"altrui". La questione si risolse perché le potenze alleate erano
stanche di questa situazione. E siccome dopo la rottura con Mosca,
la Jugoslavia dipendeva dall'Occidente, tutto si concluse con poche
rettifiche di confine.
Così il 5 ottobre 1954 il problema venne definito, spartendo il
Territorio Libero di Trieste secondo le due zone già assegnate (con
la Jugoslavia che riuscì a modificare leggermente la linea di
spartizione tra le due zone a suo vantaggio, annettendo alcuni
villaggi del comune di Muggia ed arrivando così sino ai monti che
sovrastano la periferie meridionali della città.)
In tal modo Trieste dovette rinunciare a una provincia sufficientemente
estesa quindi si ritrovò stretta in un lembo di terra che ne ridusse
le potenzialità economiche. Fu deciso il mantenimento di un porto
franco a Trieste e fu imposta la tutela delle minoranze etniche
residenti nelle due zone. La polemica storica e politica fu rivolta
in particolare contro il Partito Comunista Italiano che, secondo vari
storici, ebbe un atteggiamento servile verso Josip Broz Tito e Stalin.[2]
Il passaggio dei poteri dall'amministrazione alleata a quella italiana
avvenne il 26 ottobre 1954 e fu celebrato il 4 novembre 1954 con la
visita a Trieste del presidente della repubblica italiana Luigi Einaudi:
in quell'occasione Trieste fu decorata della medaglia d'oro al valor
militare. Nella motivazione di tale medaglia si dichiara: Trieste
sottoposta a durissima oppressione straniera, subiva con fierezza
il martirio delle stragi e delle foibe.[3]
Per approfondire, vedi la voce Memorandum di Londra (1954).
Dal trattato di Osimo alla nuova Europa  [modifica]
Il 10 novembre 1975 fu firmato il trattato di Osimo da delegati italiani
e iugoslavi per accordarsi definitivamente riguardo il confine
nonché per garantire la tutela delle minoranze etniche da parte dei
rispettivi governi. Tale trattato, che prevedeva una zona industriale a
cavallo del confine, venne visto in modo negativo da molti triestini,
provocando una profonda crisi del sistema politico triestino e alla
fondazione della Lista per Trieste, la lista civica che divenne la
prima forza politica alle elezioni amministrative del 1978.
Nel 2004 con l'ingresso della Repubblica di Slovenia nell'Unione Europea
è iniziata la fine dell'isolamento della città che verrà definitivamente
meno nel 2008 con la caduta del confine grazie all'ingresso della
Slovenia nell'accordo di Schengen. In tal modo Trieste riacquista un
suo hinterland e vede le prospettive di una maggiore crescita economica.
 
 
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      Lo Stemma di Trieste        Lo Stemma di Trieste   Lo Stemma della Araldico
                                                                  Austro-Ungarico            Provivincia di Trieste
 
  
Il Castello di Miramare
Residenza della Principessa Sissi e dell'Imperatore
Massimiliano d 'Asburgo
 
  

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Piazza dell'Unità d 'Italia

Da Wikipedia

La Piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi

ed edifici pubblici. Di pianta rettangolare, per superficie è la più grande piazza

d'Europa Che si affaccia sul mare

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Barcola e la costiera triestina

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Il Panorama

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La bora

Da Wikipedia

La Bora è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica,

di provenienza nord / nord-orientale, con Raffiche Che Superano i 180 all'ora Chilometri

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 S. Giusto (Trieste)

Da Wikipedia

Il Colle di San Giusto è il Centro Storico di Trieste. Già nel Primo secolo vi si trovava
Una grande basilica civile romana Il Che lascia presumere Che sulla riva del mare
sottostante esistesse già allora un abitato abbastanza grande.
S. Giusto e 'il Santo Patrono della Città di Trieste
 

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Chiese e monumenti vari

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La Chiesa Greco Ortodossa

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  Interno della Chiesa     canale di Ponterosso con              trieste  il                      Trieste Il tram

       Greco ortodossa          La statua di James Joyce            Ferdinandeo                     di Opicina

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La Chiesa di S. Antonio Taumaturgo

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Canale di PonterossoCon   Interno della Chiesa           Monumento ai                        Il Teatro

La Veduta di S. Antonio            di S. Antonio                        bersaglieri                            Romano

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La Chiesa Serbo Ortodossa di S. Spiridione

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                  La Chiesa Luterana                     La Chiesa Luterana                         La Sinagoga

 

Il Carso Triestino

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Trieste. Autobus e filobus storici

Queste foto storiche e molto rare mi Sono state donate

gentilmente da un mio grande amico

Maurizio Garappa

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Questo sono io oggi (e con barba e

Capelli incolti)

Cari amici, il mio cammino Attualmente si è fermato

a Trieste. Dove terminerà? Non lo so! Il futuro

riserva molte sorprese belle e brutte.

 

 

      

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È la volontà che fa l’uomo grande o piccolo.

Friedrich Von Schiller

 

Grazie per la tua presenza e amicizia!

Ti auguro una meravigliosa giornata

un forte abbraccio
 
beautiful_world_dolceluna.gif picture by renata1958
4 hours ago
 
 
 
 
 
 

In realta’ si sa solo quando si sa poco;

col sapere aumenta il dubbio.

J.W.Goethe

 

 

Ti auguro una serena settimana

un abbraccio ed un bacio 
 

1 day ago
Sefy Sefywrote:
 
 
 
 
parole...
dolcissime parole...
sono attratto...
come falena accecata
dalla loro luce
me le scagli contro
come dardi luminosi
chiudo gli occhi
per non vedere
ma è musica
raggiunge il cuore
e lo trafigge...
 
 

 

 
 
 

 
 
1 day ago
danywrote:
 

Anche se son fatti con la tristezza del cuore..
i sorrisi degli amici sono il più bel dono.

Ti dono il mio  sorriso

con l'augurio che la

tua settimana

 ne sia  colma

con affetto

Dany

1 day ago
skay rosewrote:
Buona Domenica....
un' abbraccio
2 days ago

Magic Garden

by Heseret