January 28 

Libero pensiero....
L'inverno e i miei tristi ricordi
Permolte persone L'inverno è una stagione triste.
Per me è una stagione bellissima, con un fascino incredibile.
Una tempo lontano,
le persone si ritrovano davanti al focolare domestico, questo mi fa
ritornare indietro a quel tempo lontano, quando eravamo poveri,
ma ricchi di valori e di entusiasmo. C'èra l'unione della
famiglia, c'èra allegria, c'èra tanto solidarietà. Questi
volori oggi sono scomparsi dai nostri comportamenti
per sempre. non esiste più nulla, siamo tutti dei
semplici sconosciuti ognuno ci si rintana nel proprio rifugio, ci si chiude
con la chiave esludendo il mondo, come se il resto non esistesse,
Non conosciamo più la solidarietà, (se non solo a parole)
non conoscimo la sofferenza altrui, anzi la evitiamo come
fossero degli appestati, non consciamo nemmeno il nostro
dirimpettaio. Se camminiamo per la strada e vediamo una
persona che stà male,la evitiamo, anzi se la vediamo per
terra la scavalchiamo per paura, per non esporsi , forse per paura
di infettarsi? Ma in che mondo viviamo oggi? Siamo tutti degli
egoisti escludiamo gli emarginati, i diseredati, non ci ricordiamo
più la nostra storia, la nostra provenienza di povertà.
Oggi l'importante è raggiungere la meta da tutti ogognata.
La posezione sociale , una posizione economica vantaggiosa, costi
quello che costi, anche a scapito dull'altrui, magari calpestandolo,
o magari truffandolo, non fa nulla l'importante è l'obbiettivo
da raggiungere. Ma la vera ricchezza non è questa . La
vera ricchezza è un'altra cosa e non si raggiunge
certamente cosi...............
Presto arriverà la stupenda primavera. Sbocceranno fiori
bellessimi, ma vedremo tanta solitudine e allegria forzata, perchè
fino a quando non sboccerà un grande fiore nel nostro
cuore, saremo sempre in una allegra solitudine
forzata.


November 12 
Il mio Angelo Custode.
Prima di inziare questa mia riflessione, lasciatemi fare una piccola premessa. Con questo mio racconto, non voglio assolutamente offenedere persone di altra fede o religione. Questa è solo una mia personale convinzione.
 Siamo nel lontano agosto del 1974. Al ritorno dalla mia terra natia,(Montalcino SI) ero andato da Trieste a trovare i miei genitori. Sono circa le 23.30 del 03 agosto. Mi trovo alla stazione S.M.Novella di Firenze, con un biglietto di seconda classe per il mio rientro a Trieste.
 Vedo un marea di gente che aspettava quel treno come me. A quel punto che si rivela, quella è stata secondo me la prima volta che si è rivelato il mio Angelo Custode e come se mi sussurrasse di correre in bigliettereia e fare un cambio di classe dalla seconda alla prima e cosi' corro subito e faccio questo cambio.
 Arriva il treno, tra la ressa di gente, salgo sulla prima carrozza di prima classe, (guarda caso quella dopo era di seconda classe) dopo aver preso posto seduto, mi rilasso e mi appisolo un poco. Nello stesso scomprtimento c'èra una coppia di anziani.
 Arrivati dentro alla galleria di Val di Sambro su gli appennini Toscoemiliani, avviene un'enorme esplosione, èra la 01.34 del 04 agosto, èh si amici, questo treno, èra il famoso Italicus. Mi sveglio di soprassalto pieno di vetri, con la faccia piena di tagli e sangue, dovuto allo scoppio di tutti i finestrini e le porte.
 Non si poteva nemmeno uscire e sforzando riusciamo a scendere. Vi assicuro che lo spettacolo che si presentava davanti a noi.... non lo dimenticherò mai. La carrozza di seconda classe che ci percedeva èra quella in cui èra stata messa la bomba, per far morire più di mille persone.
 Li mi sono reso conto che era stato il mio Angelo Custode a sussurrarmi di cambiare classe, perchè non salissi su quella maledetta carrozza. Cercai di aiutare queste povere persone, èrano in fiamme, si sentivano urla disumane che provenivano dall'interno dove morirono bruciate vive ben 14 persone INNOCENTI.
 Dopo tante peripezie, con ragazzo, che non conosco nemmeno il nome, arriviamo a Bologna e li, ci separammo e ognuno riprese il suo cammino. Miei cari amici forse voi penserete, che è una mia soggezzione. Siete liberi di pensarlo, ma io vi dico che queste circostanze si sono ripetute altre volte e ve nè parlerò in un altro momento, ma secondo le mie esperienze, ogni essere umano, fin dalla nascita ha il suo ANGELO CUSTODE (chiamatelo come volete) a secondo delle sue convinzioni.


October 16
Da Montalcino a. .. Trieste ...
Il cammino della mia vita
Montalcino, storia e paesaggi
Montalcino sorge nel cuore della Toscana meridionale. Nel medioevo il territorio di Montalcino era diviso fra quattro circoscrizioni ecclesiastiche: Arezzo, Chiusi, Grosseto e Siena. Questa suddivisone rispecchiava quella dell'antichità, infatti qui si incontravano i Territori delle importanti lucumonie etrusche di Arezzo, Chiusi, Roselle (Grosseto) e forse anche di Volterra. molti reperti di questa epoca sono ancora oggi Conservati nel Museo Archeologico di
Montalcino.


LE ORIGINI
Montalcino, colle incantato e ricco di storia, conserva ancora oggi la sua dignità,
una delle componenti che ne alimentano il fascino. I primi segni di un insediamento urbano
in questo territorio, alcune suppellettili in pietra (armi ed arnesi usati dalle
popolazioni preistoriche) databili al 31000-30000 a.C.,sono state rintracciate nelle campagne
circostanti. Alcuni studiosi affermano che dalle testimonianze scritte di Tito Livio
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e Polibio risulterebbe che sul colle, sul quale sorge oggi Montalcino, sotto il consolato di Lucio Emilio
e Caio Attilio, si rifugiarono alcuni soldati romani per sfuggire all’esercito dei Galli.
E’ certo comunque che nei dintorni di Montalcino, numerosi ritrovamenti archeologici hanno
consentito di tracciare una mappa degli insediamenti risalenti all’epoca
etrusca e romana.
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Non si hanno notizie sicure dell’ età in cui sorse il primo insediamento in Montalcino: di certo
sappiamo che nel periodo alto-medievale i saccheggi e le invasioni perpetrate
dai barbari nell’entroterra e dai saraceni nelle città marittime (Roselle 935), spinsero gli
abitanti di questi centri a cercare una sistemazione più
sicura nell’interno della regione.
si può quindi far risalire intorno al X secolo, anche se esiste un precedente
documento (715), firmato dal re dei Longobardi Liutprando, nel quale si cita la contesa
tra la Diocesi di Siena e quella di Arezzo per il possesso di
alcune pievi esistenti nel territorio montalcinese.Abbiamo inoltre testimonianza che
nell’814 Ludovico il Pio concesse la giurisdizione su Montalcino
all’Abbazia di Sant’Antimo.Per la sua posizione strategica, Montalcino divenne
nel 1110 una roccaforte della Repubblica di Siena che la fortificò con possenti mura in
occasione della guerra contro Orvieto e Montepulciano.-
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Fino alla prima metà del XIII secolo, Siena e Firenze si alternarono
nella dominazione di questo centro; nel 1211 fu stipulato un accordo tra l’Abate
di Sant’Antimo, i Senesi e gli abitanti di Montalcino, che prevedeva l
a cessione di una parte del territorio ilcinese a Siena. Nel 1252 Montalcino
è di nuovo libera dalla dominazione senese ed alleata coi fiorentini che la difesero
con successo dall’assedio posto dai senesi per impadronirsi della cittadina.
La situazione si delineò definitivamente con la battaglia di Montaperti (4 settembre 1260),
vinta dalla coalizione ghibellina toscana capeggiata da Siena contro
i guelfi fiorentini, in conseguenza della quale Montalcino entrò definitivamente nell’orbita
d’influenza senese. Dovette passare un secolo tuttavia affinché i
montalcinesi diventassero a tutti gli effetti cittadini della Repubblica di Siena
(1361) e ottenessero agevolazioni di dazi e gabelle.
Siena fece così del luogo un importante caposaldo difensivo, costruendo in
soli due anni la rocca (1361-1363), simbolo della dominazione senese in
Montalcino e rinforzando notevolmente le mura difensive.
Nel 1462 Montalcino fu elevata al grado di città ed eretta a diocesi insieme a Pienza
da Papa Pio II Piccolomini.-
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Nel 1553 la cittadina subì l’ultimo grande assedio della sua storia
da parte della milizie di Carlo V, alleate dei Medici e capeggiate da Don Garcia di Toledo.
Nel 1555, quando Siena, protetta dai francesi, capitolò alle truppe
medicee, famiglie di esuli senesi guidate da Pietro Strozzi, fondarono la Repubblica di
Siena in Montalcino che ebbe vita fino al 1559; in quell’anno infatti
con il Trattato di Cateau Cambrésis, venne stipulata la pace tra Francia e Spagna
ed i relativi alleati; la Repubblica di Siena, di cui Montalcino
faceva parte, fu annessa definitivamente al Granducato di Toscana, di cui da allora in
poi la cittadina seguì le vicende fino all’annessione al Regno d’Italia, avvenuta
con il plebiscito del 1860.
Montalcino, bellissima cittadina mediovale della campagna
senese rurale, ricco di cultura storia,, vino, olio, è la
cittadina dove sono nato e Vissuto fino a 19 anni

Stemma Araldico

Panorama La Fortezza S. Antimo

I vigneti Il Municipio Il Brunello



October 13 Siena 

Bellissima città mediovale ricca di cultura arte,, gastronomia è
La Città del Palio.
Siena è la città natale di Santa Caterina da Siena (patrona d'Italia)
Siena è anche la mia città natale, dove ho Vissuto benissimo
fino all'età di 19 anni

CENNI DI STORIA SENESE -- a cura del dott. Fabrizio Gabrielli
Nell'antichità romana, Siena era città dell'Etruria, indicata con i nomi di Saena e Senae o anche di Sena Etruriae, per distinguerla da Sena Gallica. Il ritrovamento di una necropoli e di altre tombe sparse (tra cui quelle notevolissime recentemente
scoperte nel Museo della Nobile Contrada dell'Oca) ha fatto congetturare che Siena sia d'origine etrusca ma sono avanzi scarsi per poter essere considerati come testimonianza di un centro abitato di qualche importanza.
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In realtà non si hanno notizie sicure della sua esistenza prima della fondazione della colonia
romana (Sena Julia) ad opera, probabilmente, di Cesare o del triumvirato. Come tale è ricordata da Plinio,
da Tacito, da Strabone, da Tolomeo e, più tardi, dalla Tavola Peutingeriana, che la pone sulla linea stradale da Firenze a
Chiusi. Solo Tacito accenna a Siena al tempo di Vespasiano come ad un centro che aveva già magistrati propri.
Tra la fine del III secolo e il principio del IV fu introdotto a Siena il Cristianesimo e
ne fu vescovo un certo Floriano che nell'anno 313 partecipò al Concilio di Roma. Non pare però che Siena in quel tempo
abbia occupato un posto importante. Si ha notizia della restaurazione del vescovado fatta da Rotari nell'anno 652.-
------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- È molto probabile che le invasioni barbariche abbiano determinato un forte afflusso di persone
in questo luogo, intorno al Castelvecchio, considerato il primitivo nucleo della città. E al tempo dei Longobardi doveva già
essere un centro considerevole se era retta da due gastaldi, l'uno dei quali per la politica e la giustizia e l'altro per l'amministrazione dei beni e delle entrate dovute alla Corona. Con la successiva dominazione franca del neonato Sacro Romano Impero, ai gastaldi succedettero i conti, dei quali fu primo un Adelrico nell'833.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Al principio del secolo XII l'autorità dei conti (subordinati interamente all'investitura e all'autorità Imperiale) è quasi del
tutto cessata ed è subentrata l'autorità del vescovo-conte, che continua ad usufruire sempre
dell'investitura Imperiale. Ma per l'Impero la regalìa data ai vescovi con l'investitura temporale (saranno loro i veri nuovi
feudatari di quel secolo) è solo una mossa di avvicinamento allo scontro finale.
che però scoppierà in tutta Europa come una bomba atomica solo due secoli dopo, sebbene le prime avvisaglie si avessero già in questo periodo. Le lotte tra Guelfi e i Ghibellini dominano la scena politica dell'intero continente, ma giungono
in Toscana ad un compimento che si rispecchia ancora oggi nelle rivalità campanilistiche come in nessun'altra parte del mondo.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Il potere del vescovo non dura a lungo, perché il Comune, ormai organizzatosi con i suoi consoli,
comincia ad assumere autorità preponderante. I consoli sono scelti dal popolo fra i nobili della città, durano in carica un anno
e hanno il compito di amministrare civilmente ed economicamente la città. Contro questa preponderanza
dell'elemento signorile insorge il popolo, che con l'esercizio del commercio ha ormai acquistato un posto rilevante nella vita
cittadina e reclama maggiori diritti; approfittando delle discordie che già serpeggiano tra le principali famiglie,
specialmente fra i Tolomei (guelfi) e i Salimbeni (ghibellini), il popolo riesce nel 1147 a ottenere che un terzo dei posti di console
venga riservato agli uomini della sua parte. Cura del nuovo comune mercantile è l'allargamento del dominio senese fuori
delle mura, che già si era iniziato con il governo vescovile.-
------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Ma i tentativi espansionistici di Siena fanno scaturire la gelosia di Firenze: l'acquisto di Staggia e la penetrazione verso
Poggibonsi e la val d'Elsa danno origine al primo conflitto armato, verificatosi nel 1141. La guerra si riaccende nel 1145 e i Senesi vengono stavolta sconfitti presso Montemaggio, ma ciò non impedisce loro di continuare nelle conquiste
legittimate dal riconoscimento imperiale. Nella lotta combattuta contro Federico Barbarossa specialmente dai comuni lombardi,
Siena segue dapprima il partito imperiale, ma nel 1177 si unisce agli altri comuni ed è assediata invano da Enrico,
figlio del Barbarossa (1186). Nella pace che segue nello stesso anno Siena ottiene un nuovo
riconoscimento imperiale di tutto quanto essa possedeva dentro e fuori della città: è questa la strategia seguita dall'Impero
per cercare di accattivarsi i favori degli alleati. Siamo nel periodo nel quale la potenza economica di Siena si
impone su tutta la Toscana: i suoi mercanti fanno affari in ogni parte d'Europa e si formano le potenti compagnie di banchieri
che finanziano imperatori, prìncipi, papi. La ricchezza di Siena è dovuta anche al transito della Via Francigena,
che porta i pellegrini e i viandanti verso la Città Santa. Nascono in questo periodo le compagnie laicali, che si preoccupano di
assistere i viandanti di passaggio a Siena. È un fatto di fondamentale importanza: infatti da queste compagnie
germoglieranno in seguito le Contrade cittadine. Nel 1197, partecipando alla Lega delle città guelfe stretta a San Ginesio, Siena
entra in rapporti amichevoli con Firenze; ma poi, per questioni di confini, si verifica tra le due città una nuova guerra.
Intanto un notevole mutamento è avvenuto negli ordinamenti comunali: ai consoli viene sostituito il podestà (1199), che dal 1211 è definitivamente forestiero e viene a consolidarsi il Consiglio della Campagna avente funzioni parlamentari.
Il primo podestà di Siena è Orlandino Malapresa di Lucca.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Dopo la parentesi della lega di San Ginesio, le lotte con Firenze riprendono con alterne vicende. Le due città
hanno infatti interessi troppo contigui e, per giunta, sono anche molto vicine tra loro ed è inevitabile che si vengano a creare
motivi di frizione dovuti a questioni territoriali. Nel 1207 Siena è sconfitta a Montaldo della Berardenga, ma negli
anni successivi la sorte torna ad arriderle, sicché può allargare il suo dominio nella Maremma. Nel 1235 e nel 1254 deve
sottoscrivere due trattati di pace gravosi con la perdita di Montalcino e di Montalbano. Frattanto, per restringere
i poteri del podestà e per arginare l'azione delle maggiori famiglie, nel 1236 si istituisce un consiglio di 24 cittadini, il cui numero
viene poi elevato a 36; il capitano del popolo è nominato capo di questo collegio che rimane al potere fino alla
metà del secolo XV (con alterne vicende e modifiche di poco conto nell'impianto generale). Al podestà, i cui poteri vengono
ristretti, si mantiene la funzione giudiziaria e il comando dell'esercito in guerra.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- La rivincita contro Firenze si ha in maniera clamorosa nel 1260 a Montaperti,
dove le milizie senesi, rinvigorite dai fuorusciti ghibellini ormai sparsi in tutta la Toscana, con a capo Farinata degli Uberti,
dai cavalieri teutonici Imperiali e dagli aiuti di Pisa, Lucca e Cortona, sconfiggono i Fiorentini, superiori di
numero, facendone tanto grande strage che, come ebbe a dire Dante "fece l'Arbia colorata
in rosso" (Inferno, canto X, v. 86 e segg.).
Ma i vantaggi ottenuti da Siena con la vittoria sono di breve durata: la prima disgrazia che porta alla
rovina economica della città è la scomunica ad opera di papa Alessandro IV, che proibisce a tutte le altre città di operare scambi commerciali coi cittadini senesi. Poi arriva come un fulmine a ciel sereno anche la morte di Manfredi di Svevia
(battaglia di Benevento, 1266), erede diretto dei fasti del Regno di Federico II. La sua morte segna il declino della fortuna dei
ghibellini in Italia e Siena, sebbene ancora nel 1268 riesca vittoriosa, con i Tedeschi di Corradino, in una
battaglia presso Arezzo, e l'anno successivo Siena venga sconfitta dai Fiorentini a Colle Val d'Elsa, dove muore il capo del ghibellinismo senese, il condottiero Provenzano Salvani. Ormai il pendolo delle fortune politiche pende dalla
parte dei francesi, i quali con Guido di Montfort, vicario di Carlo d'Angiò e grande alleato di Firenze, si impadroniscono di
Siena e vi instaurano un governo guelfo mandando a morte i ghibellini.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Cominciano cosi le violente repressioni ai danni del partito perdente, repressioni che vengono biasimate
con veemenza perfino da Dante Alighieri nel celeberrimo canto X dell'Inferno, dedicato alla figura di Farinata degli Uberti. Le lotte
fra partiti saranno una delle cause della rovina di Siena, ma questo tema sarà argomento di un altro capitolo
che tenterà di andare al fondo della questione. Nel 1270 il consiglio dei Ventiquattro è sostituito con quello dei Trentasei, a cui partecipano dapprima tutte le fazioni guelfe. Ma nel 1277 i nobili sono cacciati dalle cariche supreme riservate
ai "buoni e leali mercatanti di parte guelfa" i quali, nel 1280, sostituiscono ai Trentasei un consiglio dei Quindici, ridotto ancora
a Nove membri, sempre con esclusione dei Grandi. Quest'ultimo governo, detto il Governo dei Nove e
rappresentante la classe borghese, rimane al potere per 70 anni circa e porta in città la pace e un benessere considerevole
espresso specialmente dalla quantità di opere pubbliche portate a compimento2. Ma le fazioni assopite
per poco, riprendono le lotte, mentre, nel 1326, la carestia e, nel 1348, la peste, cui si uniscono gravi dissesti finanziari dovuti
a grandiosi sperperi di danaro, colpiscono la città e creano il malcontento del popolo. Così quando
nel 1355 giunge a Siena l'Imperatore Carlo IV di Lussemburgo, i nobili e il popolo si sollevano e cacciano i Nove, instaurando
il governo dei Dodici, popolani assistiti da un collegio di 12 nobili e da un consiglio generale composto da 250
popolani e 150 nobili. Ma anche questo nuovo governo non dura a lungo: nel 1368 una nuova rivolta lo abbatte e viene costituito
il collegio dei Quindici riformatori formato da popolani e che si mantiene fino al 1385, indirizzando
la propria opera al riordinamento dei dissesti finanziari delle casse dello Stato e ad allontanare dal territorio il flagello delle
compagnie di ventura.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- È questo il periodo in cui vive ed opera, prima a Siena e poi in tutta Italia, Santa Caterina,
nata Caterina Benincasa. Ancora oggi Santa Caterina è senza ombra di dubbio il personaggio senese più famoso nel
mondo, nonché il più importante. In città si susseguono intanto i governi dei Dieci (1386-87),
degli Undici (13881398), dei Dodici priori (1398-99), che danno la città in signoria a Gian Galeazzo Visconti, onde preservare
i domini senesi dalle mire espansionistiche di Firenze.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Morto Gian Galeazzo (1402), Siena non tarda a sottrarsi all'influenza dei Visconti,
istituisce nel 1404 un nuovo governo di Dieci priori, prevalentemente popolare, e in alleanza con Firenze combatte contro
re Ladislao di Napoli. Negli anni seguenti Siena riesce a riconquistare alcuni territori della Maremma.
Ma ormai il prestigio della città è scosso dalla supremazia fiorentina. Le lotte intestine continuano a dilaniare la città: un po'
ricordato quest'anno nella pittura del drappellone del prossimo Palio che si correrà a luglio). Pio II elèva la sua città ad
arcivescovado. Per l'occasione i Piccolomini e altre famiglie appartenenti alla nobiltà senese vengono
riammessi a partecipare al governo della città; ma, morto Pio II, i nobili vengono di nuovo cacciati e continua la ridda dei
governi. Nel 1487 la nobiltà e la borghesia, con a capo Pandolfo Petrucci, espulse dalla città, riescono a
rientrare con l'appoggio di Firenze e di Alfonso duca di Calabria, ed eleggono un consiglio generale con la partecipazione
di tutti gli ordini e una Balia la quale nomina un comitato di tre membri, i Segreti; ma sopra tutti impone la propria
autorità il Petrucci, che di fatto governa la Repubblica fino alla propria morte (1512), favorendo il progresso delle arti e delle
scienze e difendendo la città dalle mire di conquista di Cesare Borgia, detto il Valentino e glorificato dal Machiavelli nel suo Principe.
A Pandolfo succede il figlio Borghese, che viene cacciato dalla città dal cugino Raffaello Petrucci,
aiutato da papa Leone X. A Raffaello succede Francesco e poi Fabio con il quale, cacciato nel 1523 dal popolo,
ha termine il sopravvento dei Petrucci a Siena.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Ricominciano allora le lotte intestine e la fazione popolare dei Libertini caccia i
Noveschi sostenuti da Clemente VII, il quale invia contro Siena un esercito che viene vinto a Camollia nel 1526. Preoccupato
da questi continui disordini, Carlo V, con il pretesto di pacificare le fazioni, si è intanto introdotto nelle
faccende interne della città, inviando un governatore con una guarnigione, e ora si aggrava la preponderanza spagnola e la
"tutela" dell'Imperatore, che ordina la costruzione di una fortezza (la Lizza). Tutto ciò insospettisce i senesi
che, sollevatisi con l'aiuto dei Francesi e dei fuorusciti fiorentini e sotto la guida di Enea Piccolomini, cacciano la guarnigione
nel 1552, stringendo alleanza con la Francia. Ma il pericolo di una Siena sotto l'influenza francese muove
l'Imperatore ad inviare, al comando di Gian Giacomo Medici di Marignano, un forte esercito contro la città, che viene stretta
d'assedio nel marzo del 1554.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- La guerra è finanziata da Cosimo de' Medici, Granduca di Toscana,
che aspira al possesso della città con tutte le sue forze. Siena rappresenta infatti una spina nel fianco per le ambizioni
di potere di Cosimo e la vittoria contro la città segnerebbe il definitivo trionfo della politica espansionistica
medicea. I Senesi si difendono eroicamente sotto la guida di Piero Strozzi e di Biagio di Montluc, ma infine, stremati,
devono arrendersi il 17 aprile 1555. È la fine definitiva della storia libertaria di questa città, vero ultimo baluardo contro ogni dominazione esterna al popolo. La città non conta allora più di 8000 abitanti. Circa 700 famiglie si rifugiano
con il Montluc e con lo Strozzi a Montalcino, ove costituiscono un nuovo governo repubblicano con le insegne senesi resistendo
fino al 1559. Siena passa quindi sotto il dominio di Filippo II che, debitore di enormi somme verso i Medici,
la cede con tutto il suo territorio a Cosimo I (1557), eccettuati i porti di Orbetello, Talamone, Porto Ercole, Monte Argentario,
Porto Santo Stefano che formano lo "Stato dei Presidi". Da allora la storia di Siena si identifica con quella di Firenze e
del Granducato di Toscana, pur avendo apparentemente la città un governo piuttosto autonomo.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- Siena si risveglia solo lentamente dall'incubo: concorrono alla rinascita l'Arte senese
in tutte le sue forme, il nuovo Monte dei Paschi (rifondato nel 1624) e le savie riforme economiche e agricole dovute alla
casa di Lorena, succeduta nel 1737 ai Medici nel governo del Granducato. Al tempo di Napoleone Siena
fu capoluogo del dipartimento dell'Ombrone. Partecipò alle guerre del Risorgimento con un cospicuo numero di volontari che si batterono valorosamente a Curtatone. Fu la prima città della Toscana a deliberare nel 1859
l'annessione al Regno d'Italia.
-------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- 1 Il concordato di Worms del 23 settembre 1122 sancì la rinuncia da parte
del re all'investitura dei vescovi nell'ufficio ecclesiastico, riservandosi tuttavia il privilegio di investitura con la concessione feudale dei poteri temporali. Tale investitura temporale, in Germania, doveva precedere la consacrazione degli abati, mentre in Italia e in Francia l'investitura doveva seguire il rito della consacrazione. Ovviamente il rito sancito in Germania dal concordato di Worms era più favorevole al potere regio, che subentrava a monte della consacrazione ecclesiastica. Similmente in Germania si decise che l'elezione dei vescovi, pur avvenendo in forma canonica, poi approvata dal popolo, doveva avvenire alla presenza del re o di un suo incaricato. Il Concilio lateranense del 1123 (primo Concilio ecumenico dell'Occidente) ratificò l'accordo di Worms. -------------------------------------------------- -------------------------------------------------- ----------------- 2 È questo il periodo di maggiore fasto in cui prende corpo l'impianto della Piazza del Campo, così come la conosciamo oggi, del Duomo e delle opere pittoriche e scultoree. Nel 1311 l'inaugurazione della Maestà di Duccio (oggi conservata al Museo dell'Opera del Duomo) vede festeggiamenti che si protraggono per giorni con cortei e trionfi in onore del pittore senese, al quale il Governo dei Nove regala una casa in Via Stalloreggi
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Sacro Romano La lotta per le Le lotte tra i Guelfi La Peste Federico I detto La battagglia di
Impero Investitura e Ghibellini Il Barbarossa Monteaperti
Farinata degli Manfredi di Federico II Santa I Medici Gian Galeazzo
Uberti Svevia Caterina Visconti

Enea Silvio Pandolfo Clemente VII Cosimo I dei Arte L 'a Siena La psicologia
Piccolomini Petrucci Medici del Palio


Stemma Araldico La bandiera

Il Duomo

Int. del Duomo Int. del Duomo Centr. Duomo navata. Porta Camollia
Santa Caterina da Siena (patrona d'Italia)

La Cappella La salma Il Chiostro La Tomba
Panorama della piazza del componente, dove si svolge il Palio, con la veduta della Torre del
Mangia

Fonte Gaia (opera del Bernini)

Il Palio di Siena

La contrada della Torre

Siena (Panorama Notturno)

Il panorama Siena


 
(Predazzo (Trento) 
 
Bellissimo paesino incastonato nelle Dolomiti della Val di Fiemme.
Ci ho Vissuto 6 mesi per frequentare il Corso per Allievi della Guardia di Finanza
 

Stemma di Predazzo Stemma di Predazzo Stemma della Scuola Stemma Araldico
Della Alpina G.di. F. Della G.di.F.

Io, da giovane Finanziere

La scuola allievi La Chiesa LE DOLOMITI LE DOLOMITI
della G. di F.
 
Tarvisio e Fusine (UD) 
 
Tarvisio e Fusine sono delle belle cittadine incastonate nelle Alpi Giulie
dell'alta Carnia. Nota per I suoi impianti sciistici, dove ho prestato servizio
nel Corpo della G: di.F. per5 mesi invernali (ma non ho mai visto
La Terra, ho visto solo neve, neve e neve)
 

Fusine (la neve)

Parco di Fusine Tarvisio (la Chiesa) Tarvisio (Monte Lussari) Fusine (le montagne)
 


Trieste 

Trieste, Bellissima città ricca di storia e
di Cultura,Mittelleuropea Città e multietnica, dove vivono
Cittadini pacificamente di tutte Le culture e razze diverse. Trieste ha impresso
Nella sua struttura archittettonica lo stile
dell'Impero Austro-Ungarico essondo Stata per 500 anni sotto il Suo dominio. E' la città
Dove vivo dal 1971 e ho COSTRUITO la mia famiglia.
 

 
Associazione Wikimedia Italia - Associazione Wikimedia Svizzera - per informazioni: www.wikimedia.ch Storia di Trieste 1 Dalla Preistoria al Medioevo 2 Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale 2.1 Le lingue sotto la dominazione asburgica 3 Il passaggio all'Italia (1918-1943) 4 Occupazione tedesca (1943-45) 5 Occupazione jugoslava (1945-47) 6 L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54) 7 Dal trattato di Osimo alla nuova Europa 8 Voci correlate 9 Note 10 Collegamenti esterni Dalla Preistoria al Medioevo [modifica] Arco romano detto "di Riccardo"La città di Trieste e il proprio retroterra carsico divennero sede stabile dell'uomo già in età neolitica. Il primo popolo di cui si hanno notizie certe è quello degli Istri, di probabile origine illirica, che con la costruzione dei castellieri sviluppò, a cavallo fra il II e il I millennio a.C. un tipo di civiltà relativamente avanzata che successivamente venne influenzata dagli antichi Veneti (a partire dall'VIII secolo a.C. circa) e dai Carni, popolazione celtica quest'ultima, insediatisi attorno alla seconda metà del V secolo a.C. in gran parte dell'attuale Friuli. Nel II secolo a.C. divenne municipio romano con il nome di Tergeste, sviluppandosi e acquisendo una netta fisionomia urbana in epoca augustea. Dopo l'anarchia che paralizzò l'intera regione alla caduta dell'impero d'Occidente, la città, fortemente ridimensionata sia sotto il profilo economico che demografico, divenne, con Giustiniano I, colonia militare bizantina. Tale situazione si protrasse fino al 788, quando passò sotto il controllo dei Franchi, dai cui sovrani i vescovi ebbero l'autorità temporale che esercitarono fino all'affermarsi del libero comune nel corso del XIII secolo. Per approfondire, vedi la voce Dominio vescovile a Trieste 948-1295.
Trieste e gli Asburgo: da libero comune a grande porto internazionale [modifica] Lo stemma di Trieste austro-ungaricaNel XIII secolo Trieste divenne un comune libero, ma le continue guerre e rivalità con Venezia, che ambiva ad assumere una posizione egemonica nell'Adriatico, la spinse a porsi sotto la protezione del Duca d'Austria (1382) conservando però una certa autonomia fino al XVII secolo. Nel 1719 Carlo VI d'Austria dichiarò Trieste porto franco ed il governo dell'Impero Austriaco vi investì enormi capitali. Dopo la morte dell'imperatore (nel 1740) salì al trono la giovane Maria Teresa d'Asburgo che grazie ad una attenta politica economica permise alla città di diventare uno dei principali porti europei. Trieste venne occupata per tre volte dalle truppe di Napoleone, nel 1797, nel 1805 e nel 1809, quando fu annessa alle Province Illiriche; in questi brevi periodi la città perse definitivamente l'antica autonomia con la conseguente sospensione di status di porto franco. Ritornata agli Asburgo nel 1813 la città crebbe, anche grazie all'apertura della ferrovia con Vienna nel 1857, e negli anni sessanta dell'Ottocento fu elevata al rango di capoluogo di Land nella regione del Litorale Adriatico (il Küstenland). Successivamente la città divenne, negli ultimi decenni dell'Ottocento, la terza realtà urbana dell'Impero Austro-Ungarico. Le lingue sotto la dominazione asburgica [modifica] Fino al principio del XIX secolo a Trieste si parlava il tergestino, un dialetto di tipo retoromanzo molto vicino al friulano, che fu gradualmente sostituito da altri idiomi, portati da numerosi immigranti, come l'italiano, il veneto, il tedesco e lo sloveno portato dagli abitanti del Carso e di altre regioni limitrofe già dal XIII secolo. Comunque, grazie al suo stato privilegiato di unico porto commerciale di una certa importanza dell'Austria, Trieste mantenne sempre in primo piano nei secoli i legami culturali e linguistici con l'Italia. Infatti, nonostante la lingua ufficiale della burocrazia fosse il tedesco, l'italiano (o meglio un suo dialetto) era la lingua più parlata dagli abitanti e usata nel consiglio comunale: lo storico Pietro Kandler riporta, nella sua Storia di Trieste, che: Trieste nel 1885 Il Palazzo del governo asburgico, oggi sede della prefettura « A Trieste la nobiltà parla il Tedesco, il popolo l'Italiano, il contado lo Sloveno » Secondo il censimento austriaco del 1910 (dopo una revisione), su un totale di 229.510 abitanti di Trieste, si ebbe la seguente ripartizione: 118.959 (51,8%) parlavano italiano 56.916 (24,8%) parlavano sloveno 11.856 (5,2%) parlavano tedesco 2.403 (1,0%) parlavano croato o serbo 779 (0,3%) parlavano altre lingue 38.597 (16,8%) erano cittadini stranieri a cui non era stato chiesta la lingua madre, tra i quali: 29.639 (12,9%) erano cittadini italiani 3.773 (1,6%) erano cittadini magiari. Il passaggio all'Italia (1918-1943) [modifica] Trieste fu, assieme a Trento, influenzata dall'irredentismo, movimento che puntava alla annessione all'Italia di tutte quelle terre abitate da secoli da popolazioni di cultura italiana (o italica) ma che ancora non facevano parte dell'Italia d'allora (terre "irredente" appunto). Nel novembre 1918 a Trieste sbarcarono le truppe italiane e nel 1920 la città venne annessa all'Italia insieme al resto della Venezia Giulia. L'annessione determinò la perdita di importanza della città stessa che si ritrovò ad essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland (quello occidentale è tutt'ora divenuto parte della provincia di Gorizia). Trieste, come città di confine, ha fatto i conti con i movimenti nazionalistici che erano molto forti nella zona e si accentuarono soprattutto nel periodo fascista. L'obiettivo, come era successo in molti altri stati, era quello di nazionalizzare e centralizzare per cui le minoranze etniche erano sottoposte a misure di assimilazione. Nella città di Trieste si videro delineare atti discriminatori nei confronti delle popolazione non italofona. Il 13 luglio 1920 si verificò un efferato incidente di stampo anti-slavo, famoso nella memoria storica degli sloveni come "il rogo del Narodni dom", la "Casa del popolo" slovena incendiata nel corso di proteste anti-jugoslave, svoltesi a Trieste in seguito all'assassinio di due soldati italiani durante una manifestazione anti-italiana a Spalato in (Dalmazia). Con l'avvento del fascismo la politica snazionalizzatrice si rafforzò: furono sciolte tutte le organizzazioni slave, fu proibito l'uso pubblico di lingue non italiane (anche nelle chiese) e furono italianizzati i cognomi (e in molti casi anche i nomi) di origine slava. Molti intellettuali e liberi professionisti slavi emigrarono da Trieste e trovarono asilo politico nella vicina Jugoslavia. Alla politica snazionalizzatrice del regime, i jugoslavi risposero con atti di resistenza sempre più pressanti; dalla fine degli anni venti in poi si verificarono, ad intermittenza, atti di violenza contro gli esponenti del regime fascista ed in alcuni casi contro membri delle forze dell'ordine da parte di organizzazioni sovversive e irredentiste slovene (Borba e TIGR). Il 6 settembre 1930 furono fucilati, nel campo di Basovizza (slov. Bazovska gmajna), quattro antifascisti sloveni, condannati nello stesso anno dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista come responsabili di numerose azioni violente (alcune con vittime civili e militari) avvenuti a Trieste e dintorni. Nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale, altri quattro combattenti fucilati (membri del TIGR Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič) divennero un simbolo dell'antifascismo sloveno con il nome di "martiri di Basovizza" (slov. bazoviške žrtve). Occupazione tedesca (1943-45) [modifica] Per approfondire, vedi la voce Questione triestina. Dopo l'armistizio di Cassibile, avvenuto il 1943, Trieste ritornò capoluogo del territorio storico, zona d'Operazione del Litorale Adriatico, che comprendeva le province di Trieste, Gorizia e Lubiana con a capo il gauleiter austriaco Friedrich Rainer. Durante l'occupazione nazista di Trieste la Risiera di San Sabba, stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913, venne usato dai Tedeschi come campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e come campo di detenzione di partigiani, detenuti politici ed ebrei. Fu l'unico campo di sterminio in Italia con forno crematorio, messo in funzione il 4 aprile 1944. Nello stesso tempo si intensificò nel entroterra giuliano (in particolar modo nelle zone montuose del Goriziano, ma anche sul Carso triestino e in Istria) il movimento partigiano jugoslavo che operava in modo da destabilizzare il governo nazi-fascista. Al clima di incertezza e repressione si aggiungevano i bombardamenti statunitensi e britannici che diventavano massicci e incessanti devastando la città per un lungo periodo. Il ribaltamento delle vicende belliche provocò la conquista di molte terre da parte dell'esercito jugoslavo comandato da Josip Broz Tito. La politica di nazionalizzazione ora capovolse i ruoli: l'uccisione di diverse migliaia di persone (perlopiù italiani, ma anche sloveni e croati ostili al nuovo regime comunista) erano mirate ad eliminare nemici politici scomodi alla politica jugoslava e a ridurre le resistenze italiane. Così come in molte altre parti dell'Europa centro-orientale, si dovette assistere allo sfollamento e trasferimento delle popolazioni: specialmente dopo la fine della guerra, un grande numero d'italiani dovette abbandonare le terre conquistate dagli jugoslavi (secondo le stime dai 200.000 ai 350.000 furono i coinvolti nel cosiddetto esodo istriano-dalmata). Chi decideva di rimanere non aveva rosee prospettive, soprattutto nei primi anni del Dopoguerra, anche perché diverse migliaia persero la vita nei massacri delle foibe. Molti esuli (30.000-70.000) si stabilirono a Trieste o nei suoi dintorni, però solo dopo il 1954. Tuttavia non bisogna scordarsi che anche molti sloveni, croati, bosniaci e serbi fuggirono dalla Jugoslavia, in quanto non condividevano il comunismo di Tito. Con la fine della Guerra alla Jugoslavia vennero riconosciute la Dalmazia, l'Istria e gran parte della Venezia Giulia, zone abitate da molti italiani, che erano la maggioranza della popolazione soprattutto nelle grandi città e sulle zone costiere-insulari. Su Trieste, invece, si ebbe un lungo periodo di attesa prima che ne fosse definita l'appartenenza. Occupazione jugoslava (1945-47) [modifica] Il 30 aprile 1945 il CLN di Trieste, comandato dal colonnello Antonio Fonda Savio, liberò una buona parte della città dai nazisti ma poche ore dopo Trieste venne occupata dal IX Corpus comandato da Josip Broz Tito. Tra l'1 maggio e 12 giugno vi fu il massimo picco dei massacri delle foibe, sulle quali ancora oggi, a 60 anni di distanza, rimane aperto il dibattito tra gli storici sul numero esatto delle vittime e sul motivo storico della strage. La città di Trieste fu occupata dagli iugoslavi il 1° maggio 1945 alle ore 6 antimeridiane, con l'ingresso delle avanguardie composte da alcune migliaia di partigiani di Tito, affiancati da alcune truppe del IX Corpus e da cinque carri armati. Le truppe iugoslave regolari a ffluirono in seguito e si stanziarono nella città. Iniziarono così i 43 giorni di occupazione iugoslava a Trieste: questa fu vista come liberatrice da gran parte della comunità slovena della città, mentre restò impressa come un periodo di oppressione sanguinaria nella memoria storica della maggioranza italiana. Difatti il 5 maggio si scatenò una sommossa italiana con 5 caduti.[1] Nonostante la maggioranza delle truppe tedesche (che ovviamente non si erano ritirate) fossero state disarmate dai partigiani del CLN triestino durante l'insurrezione del 30 aprile e buona parte della città fosse sotto il controllo del Corpo volontari della libertà (CVL), il 1° maggio in città resistevano ancora alcuni residui reparti di soldati tedeschi. Dei 56 centri di resistenza tedesca efficienti al sorgere del 30 aprile, restavano ancora in possesso del Maggior Generale Linkebach (dal 23 Comandante di tutte le forze tedesche dislocate in Trieste) un esiguo numero di basi munitissime, tra cui la Villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la stazione Centrale e il porto. Agli assalti contro i tedeschi avevano partecipato, con il CLN, le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già organizzata clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari e nelle zone periferiche erano intervenuti pure gruppi di comunisti. Agli scontri violenti che si susseguirono nelle zone centrali, non parteciparono gruppi controllati dal movimento sloveno che, invece, erano attivi nei rioni periferici e in Carso. Portici di Chiozza Il congiungimento tra gli insorti italiani e le avanguardie della IV Armata jugoslava avviene al centro cittadino verso le 9.30. Un reparto avanzato, agli ordini del Tenente Božo Mandac della XIX Divisione d’assalto, appoggiato da carri armati leggeri, si attesta presso i Portici di Chiozza. Dopo uno scambio di formalità tra Ercole Miani e altri rappresentanti del Comitato, l’ufficiale comunica che il suo compito è quello di attaccare i capisaldi tedeschi. In linea di massima, fino alle ore 12.00 del 1° maggio, il comportamento delle truppe jugoslave regolari si mantiene normale. Successivamente, per il sopravvenire di elementi faziosi, si profila un cambiamento radicale della situazione, contrassegnato dall’accanirsi di sentimenti ostili e discussioni tra jugoslavi e CVL. Così si verificano, di fronte alle pretese jugoslave della consegna delle armi da parte dei partigiani italiani, alcuni scontri a fuoco tra jugoslavi e italiani. A Roiano, a Rozzol e in altri punti della città si contano morti e feriti. Verso le prime ore del pomeriggio del 2 maggio, arrivano a Trieste le avanguardie dei reparti corazzati neozelandesi. Con il loro arrivo , gli ultimi presidi tedeschi ancora resistenti in città decidono di sospendere il fuoco e si arrendono agli neozelandesi. In precedenza gli ultimi presidi tedeschi si erano rifiutati di arrendersi alle forze iugoslave e cercato di trascinare a lungo le trattative, in attesa proprio dell’arrivo degli alleati. L'occupazione alleata e il Territorio libero di Trieste (1947-54) [modifica] Per approfondire, vedi le voci Territorio libero di Trieste e Questione triestina. Il 2 maggio 1945 giunsero gli Alleati (neozelandesi e britannici), anche se la città rimase sotto controllo jugoslavo fino al 12 giugno; però alcuni uffici di interesse strategico, come le Poste, furono presidiati dai Neozelandesi. Il comando jugoslavo però impose di portare l'orologio del Municipio avanti di un'ora, così Trieste per 40 giorni fu allineata all'ora di Belgrado. Al quinto giorno di occupazione jugoslava, cinque persone furono uccise dalle truppe titoiste, che aprirono il fuoco su una dimostrazione di piazza in favore del ritorno di Trieste all'Italia. La situazione che si era venuta a creare non soddisfaceva gli anglo-americani ed il generale Harold Alexander, su indicazione di Winston Churchill, riuscì dopo la firma dell'accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 sui nuovi confini, la linea Morgan, ad ottenere il 12 giugno la smobilitazione dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia ed il passaggio della città ad un "Governo militare alleato". Il periodo di governo jugoslavo aveva già procurato migliaia di infoibati. Dopo l'uscita da Trieste delle truppe jugoslave, fu provvisoriamente istituita la British Unites States Zone - Free Territory of Triest (BUSZ-FTT) - Territorio libero di Trieste, Zona Anglo - Americana. Il territorio triestino, conteso dagli occupanti, entrò a far parte nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, dell'Allied Military Government - Free Territory of Triest (AMG-FTT), Territorio libero di Trieste- Governo Militare alleato e furono stabilite due zone d'occupazione: la Zona A, sopra citata, occupata dagli alleati e la Zona B nella quale rimasero gli iugoslavi. Secondo l'ONU doveva sorgere un Territorio Libero di Trieste, comprendente sia la Zona A, sia la Zona B, con un seggio all'ONU. Tuttavia nessuno aveva interesse a istituire tale territorio. Gli Italiani della Zona A, da una parte, volevano ricongiungersi all'Italia. La Jugoslavia, dall'altra, non aveva alcun interesse ad abbandonare la Zona B, soprattutto perché Capodistria poteva diventare il porto della Slovenia, come in effetti divenne. Nella Zona B le case lasciate libere dagli esuli, furono assegnate a popolazioni jugoslave fatte immigrare in Istria. A Trieste ci furono diverse manifestazioni degli studenti per il ritorno di Trieste all'Italia. Le manifestazioni che ebbero però esiti più terribili furono quelle del 5 e 6 novembre 1953. Il 4 novembre si celebra ogni anno la Festa della vittoria della Prima Guerra Mondiale e si va ufficialmente a rendere omaggio ai caduti nel Sacrario di Redipuglia (GO). Molti Triestini quel giorno del 1953 valicarono il posto di blocco di Duino ed entrarono in territorio italiano per recarsi a Redipuglia. Al rientro, alla sera, cominciarono le prime manifestazioni. Il mattino del 5 novembre il sindaco di Trieste, fece issare sulla torre del Municipio il Tricolore italiano al posto della bandiera rosso-alabardata di Trieste. Un ufficiale inglese vide tutto dall'antistante Palazzo della Prefettura, sede del Governo Militare Alleato e si recò immediatamente dal sindaco, ordinandogli di ammainare subito il Tricolore. Il sindaco si rifiutò di farlo; allora l'ufficiale ordinò ai militari inglesi di effettuare l'operazione. La notizia si sparse rapidamente in tutta Trieste. Gli studenti di tutte le scuole formarono cortei di protesta e molti si recarono in Via XXX Ottobre, accanto alla Chiesa di S. Antonio Taumaturgo, dove c'era la Questura comandata da ufficiali inglesi. La Polizia Civile, agli ordini di tali ufficiali, cominciò con violenza a far sfollare i giovani. Così alcuni ripararono in chiesa, ma furono inseguiti dai poliziotti e bastonati a sangue. La chiesa così era stata violata e doveva essere subito riconsacrata. Il vescovo Mons. Antonio Santin volle procedere in giornata, nel primo pomeriggio. Una marea indescrivibile di gente e di giovani si recarono presso la chiesa. Però dalla Questura inglese cominciarono a partire colpi di fucile e fu ucciso Pietro Addobati. Ciò avveniva il 5 novembre 1953. Il giorno successivo ci fu lo sciopero generale e i Triestini confluirono in massa in Piazza Unità, per manifestare contro il Governo Militare Alleato. Improvvisamente dal balcone del Palazzo del Governo furono sparati ad altezza d'uomo molti colpi di fucile. Sotto quei colpi micidiali perirono altri cinque Triestini: Emilio Bassa, Leonardo (Nardino) Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia, Antonio Zavadil. Fu la rivolta e la situazione divenne incontrollabile. Poco dopo entrarono d'urgenza in Piazza Unità reparti delle truppe americane, che, dopo aver fatto rientrare la polizia civile e gli inglesi, cercarono di pacificare la folla . Furono ascoltati, anche perché gli Americani non si erano sporcati le mani con quei massacri proditori. Tutte le autorità cittadine insorsero contro quel barbaro massacro. Fu chiesto ufficialmente al Governo Militare Alleato di consegnare in caserma la truppa inglese e la polizia civile, soprattutto il giorno del funerale delle vittime. Il servizio d'ordine fu adempiuto soprattutto dai lavoratori portuali. Cominciarono presto le riunioni ad alto livello per risolvere la questione che ormai era sfociata nel sangue. Però la Jugoslavia non stava a guardare passivamente. Tito fece un discorso provocatorio a Pola (Istria) in cui disse: "Il nostro vogliamo, l'altrui non chiediamo". Quella frase rimise le cose in questione, perché si trattava di determinare che cosa Tito intendeva per "nostro" e per "altrui". La questione si risolse perché le potenze alleate erano stanche di questa situazione. E siccome dopo la rottura con Mosca, la Jugoslavia dipendeva dall'Occidente, tutto si concluse con poche rettifiche di confine. Così il 5 ottobre 1954 il problema venne definito, spartendo il Territorio Libero di Trieste secondo le due zone già assegnate (con la Jugoslavia che riuscì a modificare leggermente la linea di spartizione tra le due zone a suo vantaggio, annettendo alcuni villaggi del comune di Muggia ed arrivando così sino ai monti che sovrastano la periferie meridionali della città.) In tal modo Trieste dovette rinunciare a una provincia sufficientemente estesa quindi si ritrovò stretta in un lembo di terra che ne ridusse le potenzialità economiche. Fu deciso il mantenimento di un porto franco a Trieste e fu imposta la tutela delle minoranze etniche residenti nelle due zone. La polemica storica e politica fu rivolta in particolare contro il Partito Comunista Italiano che, secondo vari storici, ebbe un atteggiamento servile verso Josip Broz Tito e Stalin.[2] Il passaggio dei poteri dall'amministrazione alleata a quella italiana avvenne il 26 ottobre 1954 e fu celebrato il 4 novembre 1954 con la visita a Trieste del presidente della repubblica italiana Luigi Einaudi: in quell'occasione Trieste fu decorata della medaglia d'oro al valor militare. Nella motivazione di tale medaglia si dichiara: Trieste sottoposta a durissima oppressione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe.[3] Per approfondire, vedi la voce Memorandum di Londra (1954). Dal trattato di Osimo alla nuova Europa [modifica] Il 10 novembre 1975 fu firmato il trattato di Osimo da delegati italiani e iugoslavi per accordarsi definitivamente riguardo il confine nonché per garantire la tutela delle minoranze etniche da parte dei rispettivi governi. Tale trattato, che prevedeva una zona industriale a cavallo del confine, venne visto in modo negativo da molti triestini, provocando una profonda crisi del sistema politico triestino e alla fondazione della Lista per Trieste, la lista civica che divenne la prima forza politica alle elezioni amministrative del 1978. Nel 2004 con l'ingresso della Repubblica di Slovenia nell'Unione Europea è iniziata la fine dell'isolamento della città che verrà definitivamente meno nel 2008 con la caduta del confine grazie all'ingresso della Slovenia nell'accordo di Schengen. In tal modo Trieste riacquista un suo hinterland e vede le prospettive di una maggiore crescita economica.

Lo Stemma di Trieste Lo Stemma di Trieste Lo Stemma della Araldico
Austro-Ungarico Provivincia di Trieste
Il Castello di Miramare
Residenza della Principessa Sissi e dell'Imperatore
Massimiliano d 'Asburgo








Piazza dell'Unità d 'Italia
Da Wikipedia
La Piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi
ed edifici pubblici. Di pianta rettangolare, per superficie è la più grande piazza
d'Europa Che si affaccia sul mare




Barcola e la costiera triestina






Il Panorama






La bora
Da Wikipedia
La Bora è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica,
di provenienza nord / nord-orientale, con Raffiche Che Superano i 180 all'ora Chilometri


S. Giusto (Trieste)
Da Wikipedia
Una grande basilica civile romana Il Che lascia presumere Che sulla riva del mare
sottostante esistesse già allora un abitato abbastanza grande.
S. Giusto e 'il Santo Patrono della Città di Trieste

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Chiese e monumenti vari

La Chiesa Greco Ortodossa

Interno della Chiesa canale di Ponterosso con trieste il Trieste Il tram
Greco ortodossa La statua di James Joyce Ferdinandeo di Opicina

La Chiesa di S. Antonio Taumaturgo

Canale di PonterossoCon Interno della Chiesa Monumento ai Il Teatro
La Veduta di S. Antonio di S. Antonio bersaglieri Romano

La Chiesa Serbo Ortodossa di S. Spiridione

La Chiesa Luterana La Chiesa Luterana La Sinagoga
Il Carso Triestino





 
Trieste. Autobus e filobus storici
Queste foto storiche e molto rare mi Sono state donate
gentilmente da un mio grande amico
Maurizio Garappa
















  
 

Questo sono io oggi (e con barba e
Capelli incolti)

Cari amici, il mio cammino Attualmente si è fermato
a Trieste. Dove terminerà? Non lo so! Il futuro
riserva molte sorprese belle e brutte.
 
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